Siamo il Paese dei dibattiti infiniti, della ciclicità fine a sé stessa, della polarizzazione forzata e portata all’estremo, e siamo impantanati su noi stessi. Se prendessimo in analisi gli ultimi quarant’anni della storia repubblicana (saranno ottanta totali il prossimo 2 giugno), scopriremmo che i temi al centro del dibattito politico sono gli stessi. Non è cambiato nulla. Certo, ai vecchi partiti della cosiddetta Prima Repubblica si sono sostituiti quelli della seconda; con le leggi elettorali abbiamo modificato la costituzione materiale, pensando così di aggirare l’ostacolo dogmatico e fasullo della “costituzione più bella del mondo” che, per inciso, non esiste e non può esistere. Ma il dibattito è rimasto immutato: riforme istituzionali, nucleare, prostituzione, leggi elettorali, giustizia, modello di immigrazione, politica estera filo-occidentale.

Prendete in mano un quotidiano del 1988, del 1998 o di oggi e, con meno stile, meno spessore e maggiore disillusione, troverete gli stessi temi e spesso le stesse facce con qualche ruga in più. Ma la cosa che più lascia interdetti è la nostra incapacità di superare la conflittualità per approdare a un risultato fattivo o, peggio ancora, di riconoscere gli errori quando sono stati commessi – seppur sull’onda emotiva – addirittura ben due volte, come nel caso del nucleare. Siamo il Paese dei “no”, che preferisce demolire piuttosto che costruire, e forse solo riconoscendo questo nostro autolesionismo nazionale potremo salvarci. Pensate al nucleare: necessario, sicuro, persino ecologico, eppure ancora ostracizzato da chi va cercando sassi sui letti dei torrenti in estate o pensa di alimentare l’Italia con le pale eoliche; ascoltate le loro obiezioni di oggi e scoprirete che, non potendolo contrastare nella fattibilità tecnica, lo bocciano sul piano dell’attuale emergenza. “Ci vogliono trent’anni”, dicono loro, “il costo dell’energia è un problema di oggi”.

Questo nessuno lo nega, anzi; ma il nostro vero limite sta tutto qui: noi non sappiamo immaginare politiche di lungo respiro, pensiamo all’oggi e solo all’oggi. C’è una sola differenza tra l’Italia di ieri e quella di oggi: una volta governavamo il presente e costruivamo il futuro, mentre oggi distruggiamo il presente e rimandiamo il futuro, dimenticandoci che il presente si può anche tamponare, ma il futuro va costruito, come le centrali nucleari di cui abbiamo un disperato bisogno.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.