Per oltre mezzo secolo il nucleare viene presentato come la fonte energetica più affidabile del sistema elettrico moderno. Mentre sole e vento dipendono dalle condizioni atmosferiche, un reattore può teoricamente funzionare 24 ore su 24 per oltre un anno senza interruzioni, raggiungendo fattori di capacità superiori al 90%. È questa caratteristica ad aver reso l’atomo il pilastro della produzione elettrica in Francia, negli Stati Uniti, in Corea del Sud e in numerosi altri Paesi industrializzati. Oggi, però, è proprio il cambiamento climatico a mettere in discussione quella promessa. Lo dimostra un’analisi pubblicata dal Bulletin of the Atomic Scientists, che ricostruisce come l’estate 2026 abbia provocato la più grave serie di interruzioni simultanee della produzione nucleare europea degli ultimi decenni.

Il problema non riguarda il combustibile né la tecnologia dei reattori: riguarda l’acqua. La geografia del nucleare racconta una storia precisa. Oltre il 60% delle centrali mondiali sorge lungo grandi fiumi, laghi o coste marine perché ogni reattore deve eliminare enormi quantità di calore residuo. Soltanto circa un terzo dell’energia prodotta dalla fissione viene infatti trasformato in elettricità; il restante deve essere dissipato attraverso sistemi di raffreddamento. Senza acqua sufficiente, un reattore non può operare in sicurezza. Questo principio, noto fin dagli anni Cinquanta, diventa oggi una vulnerabilità climatica. Fiumi più caldi riducono l’efficienza del raffreddamento, mentre portate sempre più basse rendono difficile il prelievo dell’acqua necessaria agli impianti. Inoltre, le normative ambientali impediscono di restituire ai corsi d’acqua scarichi termici oltre determinate soglie per proteggere gli ecosistemi acquatici. Il risultato è paradossale: una centrale perfettamente funzionante deve diminuire la potenza proprio durante le ondate di calore, quando milioni di condizionatori fanno impennare la domanda elettrica. Il caso più eclatante riguarda il bacino del Danubio.

Nell’agosto 2026 la siccità porta il livello del fiume a soli pochi centimetri. La Romania è costretta a fermare completamente la centrale di Cernavodă il 13 agosto, perdendo circa il 20% della propria produzione elettrica nazionale. L’Ungheria vive una situazione ancora più critica. La centrale di Paks, composta da quattro reattori, riduce la produzione da circa 1.960 MW ad appena 225 MW, con una perdita vicina al 40% della capacità elettrica del Paese. Budapest dichiara lo stato di emergenza energetica e invita cittadini e imprese a ridurre i consumi. Per tentare di rialzare il livello del Danubio vengono addirittura affondate chiatte e migliaia di tonnellate di rocce e calcestruzzo, ottenendo un innalzamento di pochi centimetri. La Francia, che ottiene normalmente circa il 70% della propria elettricità dal nucleare, affronta contemporaneamente una crisi diffusa. Il gestore della rete RTE registra il 12 agosto che oltre un terzo della capacità nucleare è offline: otto reattori sono completamente spenti e altri cinque funzionano a potenza ridotta a causa delle elevate temperature del Rodano, della Garonna e della Loira. L’estate 2026 non rappresenta un episodio isolato.

La prima grande crisi risale alla storica ondata di calore del 2003, quando numerosi reattori francesi e bulgari sono costretti a ridurre la produzione. Da allora il fenomeno si ripete con crescente frequenza. Secondo lo studio citato dal Bulletin, nove delle ultime venti estati europee registrano riduzioni di potenza o fermate temporanee dovute a caldo estremo e siccità. Ancora più significativo è il dato pubblicato in una ricerca del 2021: la frequenza media delle interruzioni legate al clima passa da 0,2 eventi per reattore all’anno negli anni Novanta a 1,5 eventi nel decennio 2010, con una crescita di oltre sette volte. Gli anni Venti sono destinati a superare quel record. Il cambiamento climatico non produce soltanto siccità: anche l’eccesso d’acqua rappresenta un rischio. L’uragano Sandy nel 2012 blocca il reattore Salem-1 nel New Jersey dopo che i detriti ostruiscono le prese d’acqua del sistema di raffreddamento. Nel 2009 le alluvioni della valle del Rodano provocano l’arresto d’emergenza della centrale francese di Cruas, mentre nel 2020 il violento uragano che attraversa l’Iowa distrugge le torri di raffreddamento dell’impianto di Duane Arnold, anticipandone la chiusura definitiva. Persino le meduse diventano un problema energetico. Negli ultimi quindici anni sciami sempre più frequenti ostruiscono le prese d’acqua di centrali come Torness in Scozia, Hanul in Corea del Sud, St. Lucie in Florida e Gravelines in Francia, dove EDF investe oltre 1,5 milioni di euro in sistemi di monitoraggio senza riuscire comunque a evitare nuove fermate di tre reattori nell’estate 2026.

L’Agenzia Internazionale dell’Energia continua a considerare il nucleare una componente essenziale della decarbonizzazione perché produce elettricità con emissioni molto basse lungo l’intero ciclo di vita. Ma la crisi dell’estate 2026 introduce una variabile nuova: la resilienza climatica. Le soluzioni esistono solo in parte. Torri evaporative, sistemi di raffreddamento a ricircolo o ventilazione forzata possono ridurre il consumo idrico, ma diminuiscono l’efficienza dei reattori e aumentano i costi di una tecnologia già fra le più onerose del panorama energetico. La fisica impone un limite semplice: qualunque centrale termica deve comunque dissipare enormi quantità di calore. Il dibattito sul nucleare, dunque, cambia prospettiva. Per decenni la domanda è stata se l’atomo fosse sicuro ed economicamente sostenibile. Oggi se ne aggiunge un’altra, altrettanto decisiva: può rimanere affidabile in un clima che non assomiglia più a quello per cui è stato progettato? I reattori costruiti lungo grandi fiumi europei, sul Danubio o sul Rodano, dovranno convivere con estati sempre più calde, portate idriche più instabili e fenomeni estremi più frequenti.

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Chimico industriale, Chimico teorico, Giornalista, Comunicatore scientifico con una grande passione per la storia e per la ricerca in campo energetico. Autore di 900 analisi, saggi, articoli di divulgazione e di circa 100 articoli scientifici, brevetti, conferenze, contributi a congressi, 2 libri.