Caro Eugenio, nei nostri antichi patti, l’intesa era che quando sarebbe arrivato il giorno, avrei dovuto io scrivere il necrologio. Era un patto per modo di dire, giocoso e affettuoso perché tu sei una creatura affettuosa anche se dominata da quel meccanismo che ti rende unico, rinascimentale, oggetto del desiderio, della curiosità e anche dell’amore e dell’odio e anche del fraintendimento e della rabbia e della difesa a oltranza e della furia a oltranza di milioni. Quindi anch’io come tanti quando si è sparso per il tam-tam dei telefonini la notizia del film che su di te avevano realizzato le tue figlie, sono corso a vedere su RaiTre. E per tutto il tempo, come tutti, mi sono un po’ sdegnato e un po’ commosso, ho trovato questo poco opportuno o quello troppo reticente, e ancora una volta ho apprezzato il tuo candore nell’interpretare la presunzione teatrale in cui simuli il divino e l’umano, secondo circostanze. Bell’opera, grande coraggio e bella soddisfazione arrivare alla tua età con due figlie adorabili come le tue che fanno su di te un documentario. Solo un’altra volta mi era capitato: quando la figlia cineasta del mio amico scomparso un anno fa, Andrej Brzeski, ebreo polacco che aveva vissuto le infamie prima del lager nazista e poi del gulag sovietico per finire in California a insegnare economia, dedicò un documentario agli incubi notturni del padre ancora inseguito dai fantasmi della Gestapo e dell’Nkvd.

E poi il tuo famoso narcisismo su cui si è detto talmente troppo che solo a parlarne ci si sente idioti oltre che banali. La tua genialità è del resto sempre stata ben ordinata, come il tuo tavolo da lavoro totalmente sgombro, con una sola penna. È commovente vedere con quale divertito pudore ti proclami di volta in volta scrittore, filosofo, poeta persino, saggista, storico, politico, e poi padre e patriarca non soltanto della tua famiglia, ma di un popolo di giacobini di buon vino e abitudini aristocratiche. Ma non me la sono bevuta fino in fondo, malgrado gli eccellenti sforzi delle tue figlie che non hanno esitato e portare davanti al pubblico segreti di famiglia e sofferenze mai dimenticate. Quello per l’aspetto umano. Poi c’è quello disumano. Onestamente, non capisco perché in questo bel filmato pieno di belle immagini – finalmente te giovanissimo nell’uniforme fascista e un’aria superba da vero avanguardista, prima di essere sollevato letteralmente da terra dal segretario del Pnf e degradato con violenza per aver inventato scandali che ti dovevano servire solo per metterti in mostra – ora agri ora dolci ora agrissime ora dolcissime, si insiste su questa storia secondo cui saresti stato tu a scegliere il tuo successore Ezio Mauro.

Come forse ricorderai ho pubblicato un libro- intervista con Carlo De Benedetti, il quale mi raccontò durante una lunga intervista come e quando decise di licenziarti, dopo aver comperato Repubblica. Io ero allora alla Stampa diretta da Ezio Mauro. Il quale una mattina fece la riunione di redazione a Torino come direttore della Stampa e poi seppe da De Benedetti che doveva correre a Roma per firmare il primo numero da direttore di Repubblica. La sera prima ci fu una cena a casa di Carlo Caracciolo per ammannirti con garbo l’imminente mazzata e tu non fosti affatto contento, era ineluttabile, ma fu un bruttissimo colpo per mitigare i cui effetti chiedesti che ti fosse concesso di dire che Ezio Mauro l’avevi scelto tu. Non era vero e lo sappiamo tutti, ma che bisogno c’era di seguitare a far finta che così fosse? Che una mattina ti fossi svegliato dicendo: oggi voglio passare lo scettro di comando a Ezio Mauro. Il quale, invece, avrebbe avuto l’incarico dal De Benedetti di fare il suo giornale a suo modo e non a modo tuo, il che si vedeva a occhio nudo, non importa quanto fosse di ottima fattura. Non ce n’era bisogno.

Il giorno in cui De Benedetti impose il cambio come un fulmine a ciel sereno, Gianni Agnelli impazzì di rabbia per l’affronto e si mise alla ricerca di un direttore con cui sostituire Mauro che da Roma mi telefonava. Magari qualcuno penserà che voglia ricordare questa parte della verità omessa per farti un dispetto. Al contrario: è per onorarti. Repubblica sei tu, sei sempre stato solo tu perché un prodotto personale, geniale, unico e irripetibile. L’unico che fu in grado di ricostruirne l’anima originaria fu Carlo Verdelli che faceva un giornale nuovo e così vicino allo spirito originario, che tu te ne dichiarasti pubblicamente innamorato, usando proprio questa parola impegnativa: “innamorato”. Accadde alla presentazione a Piazza di Pietra della curiosa tua autobiografia in prima persona scritta da due valenti colleghi e non da te.

Verdelli fu cacciato via con analoga brutalità dai nuovi editori che avevano comperato tutto ciò che tu un tempo avevi creato. E anche quella fu un’azione di inutile e spettacolare crudeltà, senza nulla togliere all’attuale direttore di Repubblica che, tuttavia, fa con la testata che provò una rivoluzione nel 1976, un ottimo giornale che però non ha niente a che fare con l’originale. Neanche la Repubblica di Ezio Mauro aveva nulla a che fare con la tua. Ma tu volesti che la storia di quella brutalità fosse riadattata, alla maniera di Cesare Augusto quando commissionò a Tito Livio la riscrittura della storia patria per essere legittimato come discendente della dea Venere, su su per li rami, fino ad Enea. La Repubblica di Scalfari era quella, una composizione di titoli che dovevano cantare (un gioco di società redazionale) e il giornalismo inteso non come servizio di comunicazione delle News, ma come arte della “campagna”.

Una campagna “contro” qualcuno o a favore di qualcuno o qualcosa, mai neutrale, se ti va è così, altrimenti entri nel “Con d’ombra” che funzionava come l’inferno di Dante: io fui relegato nel cono d’ombra come irrecuperabile e tanti saluti, ma quelle erano le regole e lo sapevi, o almeno lo imparavi. Il film è molto toccante, ricco, ma anche pieno di persone e personaggi che con la storia di Repubblica c’entrano come i cavoli a merenda, ma è un documento unico, da godere anche perché non siamo sicuri che si possano dare altri Scalfari in futuro, a prescindere dai talenti. Capii che l’uomo, non il cittadino Scalfari era eccezionale per una questione di fattore umano e non politica: amava le sue figlie. Proprio loro, le autrici del documentario. Parlavi di loro come facciamo noi padri latini e italiani, con tenerezza e amore. Il documentario è familiare e dunque prescinde da qualsiasi canone, sono fatti di famiglia messi in piazza anche quando forse non sarebbe stato indispensabile. Ma ciò che emerge con fatica è lo stato onnivoro dell’uomo Scalfari che si dà per filosofo e poeta e politico, spesso per addiction adulatoria cui è immune ma di cui gode ancora oggi a 97 anni, ormai un vegliardo compiaciuto di essere molto vecchio, di non temere la morte perché, come diceva Epicuro è un fatto della vita e non puoi che subirla come una regina.

Le figlie autrici del documentario sono Enrica (che conosco un po’ e che era anche una bravissima fotografa) e Donata, che lavorava a Mediaset anche grazie al misterioso “fil rouge” che ha legato e slegato Eugenio a Silvio suscitando l’insospettito fastidio dell’editore Carlo De Benedetti. Se è un’agiografia? Per forza. È il minore dei pochi difetti. Il maggiore sta nel fatto che appiattisce il contesto dell’Italia di allora rispetto a quella di oggi per cui si ha l’impressione errata di un lungo, quasi secolare presente, che vede il gran vegliardo sempre pronto con le dita sulla tastiera e a suonare un pianoforte che sa toccare con leggerezza ancora abile, facendo apparire il suo snobismo – che lo rende prossimo sia al papa che al Dio cui non crede – un carattere permanente, il che non è vero. Mario Pannunzio, il mitico direttore del Mondo, lo teneva sugli attenti e gli buttava gli articoli che trovava poveri di anima. La sua aristocratica noncuranza di fronte all’ineluttabile lo fa apparire un po’, troppo, nel documentario di famiglia destinato al pubblico, un vincitore eccessivo, mentre è stato e resta un vincitore relativo nel contesto di quell’Italia di ieri che purtroppo non emerge, a meno che uno non l’abbia vissuta.

Per fortuna non esce fuori il ritratto di un femminista maschio come milioni, ma di un padre che manda le figlie a diplomarsi in stenodattilografia che è il mestiere più adatto alle donne, nel rimpianto di non aver avuto un figlio maschio che avrebbe perpetuato il nome. Sue parole. Dunque, l’Eugenio che abbiamo ammirato ed amato è un patriarca che con coraggio non rinnega un percorso che, politicamente parlando, lo ha portato molto e forse anche troppo a spasso. Un giorno si presentò alla riunione del mattino (la famosa “messa solenne”) e gettò sul tavolo un libro appena uscito, intitolato “Il cittadino Scalfari” e disse: «Qui si dice che io sono stato prima fascista, poi monarchico, poi liberale, poi radicale, poi socialista, poi comunista, poi democristiano, ed è tutto vero». Scalfari tesseva spesso l’elogio del “libertinaggio intellettuale” che era anche il suo lasciapassare per ogni guerra corsara che il suo talento gli consigliava di fare e il documentario fatto in famiglia ma destinato al pubblico mostra un libertinaggio vincente, un grande libertino consapevole di aver anche fatto molto soffrire. E come nel film di Woody Allen Whatever works, comunque vada, mostra un gran patriarca vittorioso e magnanimo che si perdona con generosità e che riconosce con misurata saggezza che meglio di così non gli poteva andare.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.