Abitare
Piano Casa, cosa cambia da luglio. I tre pilastri per il diritto di abitare
Il Piano Casa è realtà: con il voto definitivo del Senato il 1° luglio, il Parlamento ha convertito il D.L. 66/2026: oltre centomila alloggi in dieci anni e fino a dieci miliardi tra fondi pubblici e privati. La prima considerazione, ancor prima dei contenuti tecnici, è politica: dopo tanti anni l’Italia torna finalmente a fare politica per la casa. Una politica abbandonata da quasi trent’anni, da quando — tra il 1996 e il 1998 — venne definitivamente soppresso il prelievo Gescal, chiudendo la stagione dello sviluppo residenziale fondato sui tre pilastri dell’Edilizia Residenziale Pubblica: l’edilizia sovvenzionata (le case popolari), l’edilizia convenzionata (le case private a prezzo convenzionato) e l’edilizia agevolata (le cooperative di abitazione).
Quel sistema morì a favore di un regionalismo sostanzialmente fallito: le Regioni si sono dimostrate incapaci di rispondere a una domanda che, malgrado la bassa crescita demografica, resta strutturalmente forte, specie nelle grandi città. Rifare politica per la casa è una buona notizia. Sul come si può discutere, ma i tre pilastri del Piano richiamano l’architettura della vecchia politica abitativa realizzata con i fondi Gescal e con una legge che rivoluzionò l’Italia: la 167 del 1962. Varata dai governi di centrosinistra per favorire l’accesso all’abitazione di tantissime famiglie italiane. Con la 167 e i Piani per l’Edilizia Economica e Popolare, i PEEP, nel corso degli anni furono costruite centinaia di migliaia di nuove abitazioni.
I pilastri del Piano Casa di oggi sono ancora tre. Il primo è la riqualificazione del patrimonio pubblico esistente, il secondo pilastro è una riedizione dell’edilizia residenziale sociale e il terzo, il più innovativo, si fonda sul partenariato pubblico-privato. Le critiche a questo terzo pilastro, mosse come sempre dalle anime belle dell’urbanistica italiana contro il costruire “a prescindere da cosa e per chi”, impongono però di ricordare che anche la 167 fu una legge derogatoria rispetto ai piani regolatori generali vigenti. Una legge che però dette una risposta quasi definitiva alla domanda abitativa nazionale, a completamento del Piano Fanfani del 1949, e che trasformò nel bene e nel male le periferie italiane. Ancora oggi viviamo le contraddizioni di quei quartieri di bassa qualità, con pochi servizi e, diciamolo pure, brutti, ma rispondenti alle esigenze primarie della gente e frutto della cultura dell’epoca, non solo urbanistica e architettonica, ma anche e soprattutto imprenditoriale.
Non stupiscono nemmeno le critiche dell’opposizione, e di chi è rimasto in silenzio per trent’anni davanti al fallimento delle Regioni — che pure ha in gran parte governato — e che oggi si erge a paladino degli enti locali, primi responsabili dell’assenza della casa dalle agende politiche, avanzando dubbi sulle facilitazioni procedurali e sul sistema derogatorio. Un sistema che invece ricorda molto da vicino proprio quella 167, pensata e approvata dal centrosinistra italiano. Delle due l’una: o la deroga era peccato anche allora, o non lo è nemmeno adesso. Nulla sarà facile, ma da oggi nessuno, anche a livello locale, si potrà sottrarre dalla responsabilità di dare una risposta ai tanti italiani in attesa di una condizione abitativa stabile e dignitosa: è lì che si misurerà la distanza tra le parole e i cantieri, tra la buona e la cattiva politica.
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