L’incidente tre giorni prima della notte di Natale del ’19 su corso Francia che costò la vita alle 16enni Gaia e Camilla. 365 giorni dopo, trascorsi interamente ai domiciliari, arriva la condanna a otto anni in primo grado, poi, siamo a luglio ’20, il patteggiamento a 5 anni e 4 mesi in Appello, e ora la cessazione dell’obbligo di dimora a cui era sottoposto dalle 22 alle 7 del mattino. Il giovane è stato difeso in aula dagli avvocati Gianluca Tognozzi e Franco Coppi. Dopo la sentenza d’appello, la madre di Camilla commentò: “Abbiamo sempre voluto la verità e quella è rimasta. La colpa è solo del ragazzo, l’entità della pena non ci interessa, riguarda la coscienza dei giudici”.

Oggi il 22enne Pietro Genovese torna pienamente libero, così come previsto dalla legge per le sentenze passate in giudicato. La palla ora passa al tribunale di sorveglianza che con una nuova istruttoria ancora da fissar, dovrà decidere come Genovese sconterà i tre anni e sette mesi di pena residua. Va detto che è ancora possibile il carcere, ma è più verosimile l’affidamento in prova ai servizi sociali.

Una possibilità che per quanto possibile all’interno del percorso giudiziario, ha turbato le famiglie delle vittime: “I Romagnoli, ancora affranti dal dolore, hanno preso atto con doveroso rispetto della decisione della Corte d’Appello, si augura soltanto che il Tribunale di Sorveglianza valuti con serenità, serietà e rigore l’istanza di affidamento al servizio sociale allargato che proporrà il condannato”, ha scritto in una nota l’avvocato Cesare Piraino, che assiste la famiglia Romagnoli.

“Il tribunale di Sorveglianza è chiamato a valutare il gravoso problema se il condannato, che dovrebbe espiare ancora poco meno di quattro anni di reclusione, abbia serbato un comportamento tale da consentire il giudizio che l’affidamento in prova, eventualmente da concedere, contribuisca alla rieducazione del reo e assicuri la prevenzione del pericolo che egli commetta altri reati”, concludono i familiari.

In queste righe si fa riferimento all’episodio in cui i carabinieri vennero chiamati per la musica alta che proveniva dall’appartamento di Genovese (mentre era ai domiciliari), o a quello più recente, mai chiarito fino in fondo, in cui non rispose al citofono in uno dei controlli notturni per verificare il rispetto dell’obbligo di dimora.

“Non si è mai pentito”, è quello che hanno sempre sostenuto le famiglie a proposito del figlio del regista Paolo Genovese, e anche nelle motivazioni della sentenza di primo grado c’è un passaggio su questo fatto: “È vero, che nonostante gli arresti domiciliari aveva ricevuto alcuni amici e ascoltato, probabilmente ad alto volume, della musica, infastidendo qualche vicino, ma – argomentava il giudice Gaspare Sturzoanche questo elemento assieme agli altri sopra annotati deve essere inquadrato in un complesso di immaturità dell’imputato, dovuta alla giovane età e al tentativo di sbandierare una goliardia, qualche istinto di bullo, per nascondere le sue insicurezze e qualche eccesso di solitudine”.

Nella notte tra il 21 e il 22 dicembre 2019 Gaia Von Freymann e Camilla Romagnoli entrambe 16enni, avevano appena passato una serata tra amici per festeggiare l’inizio delle vacanze natalizie. Le due adolescenti stavano percorrendo di corsa Corso Francia, a Roma, perché pioveva. Genovese al volante di un Suv stava ‘procedendo a velocità sostenuta‘, diretto a una festa. Gaia e Camilla attraversarono sulle strisce pedonali e furono investite da Genovese, che si fermò in attesa dei soccorsi. Il giovane era risultato positivo all’alcoltest con un valore di 1.4, tre volte superiore al limite consentito, e inoltre stava anche utilizzando il cellulare.

Pietro Genovese è stato riconosciuto colpevole di omicidio stradale plurimo e assolto dall’accusa di omissione di soccorso. Nel processo di Appello non comparivano più come parte civile le famiglie delle due ragazze in quanto avevano già ottenuto il risarcimento.

Riccardo Annibali