Il cardiologo è stato chiaro: se non gli viene impiantato subito un peacemaker, Giuseppe Amato può morire da un momento all’altro. Se pensate che ciò sia bastato al Tribunale di Sorveglianza di Napoli per accordare il differimento della pena al 69enne cardiopatico, oggi detenuto a Poggioreale, beh… vi sbagliate di grosso. Nonostante le istanze presentate dall’avvocato di Amato e la relazione firmata dal suo cardiologo, i giudici traccheggiano. E così a Poggioreale rischia di verificarsi un caso simile a quello di Pasquale Francavilla, il detenuto “costretto” a morire nel carcere di Cosenza nonostante una grave patologia vascolare avesse da tempo reso le sue condizioni di salute incompatibili col regime detentivo.

Amato sta scontando a Poggioreale un cumulo di pene che si esaurirà il primo aprile 2027. Nel frattempo le sue condizioni di salute, già compromesse, si stanno ulteriormente aggravando. Oltre che col diabete, in passato Amato ha dovuto fare i conti con una cardiopatia ischemica che nel 2015 l’ha costretto a sottoporsi a un intervento chirurgico per la sostituzione della valvola mitralica. Da diversi mesi a questa parte, però, il suo cuore dà ulteriori segni di cedimento: i continui blocchi atrio-ventricolari gli abbassano la frequenza cardiaca al punto tale da provocargli perdite di coscienza e rovinose cadute che ne hanno già imposto il ricovero d’urgenza in più di un’occasione. Tanto che, nella relazione stilata a marzo di quest’anno, il cardiologo è stato lapidario: «Se non si provvede a un rapido ricovero con impianto di un peacemaker, il detenuto è in serio e reale pericolo di morte improvvisa». Per salvare Amato, quindi, i giudici non dovrebbero fare altro che consentirne il ricovero in ospedale per poi dare l’ok a un intervento chirurgico e alla detenzione domiciliare. Cosa che, fino a questo momento, non si è verificata. Anzi.

La prima istanza di differimento della pena e applicazione della detenzione domiciliare, presentata per conto di Amato dall’avvocato Raffaele Pucci a fine 2020, è stata respinta dal Tribunale di Sorveglianza a maggio di quest’anno. La motivazione? «La patologia appare non grave e trattabile in ambiente carcerario». Più di un mese fa l’avvocato Pucci ha presentato una seconda istanza, sollecitando un intervento anche da parte del Dap e della direzione sanitaria del carcere di Poggioreale. La risposta? Nessuna. Intanto le condizioni di salute di Amato continuano ad aggravarsi: ai problemi cardiaci e al diabete si sono aggiunti tosse, affanno e perdita di peso. Non proprio il massimo, soprattutto in tempo di pandemia. E a sottolinearlo è stato il cardiologo: «Una compromissione dell’organismo del detenuto da parte del Covid sarebbe sicuramente accompagnata da complicanze respiratorie severe con elevato rischio per il paziente». Basterà a convincere la Sorveglianza a disporre il ricovero in ospedale e la detenzione domiciliare per il 69enne? È quello che sperano tutti. O, almeno, quelli che non vogliono che Poggioreale diventi teatro di una tragedia simile a quella di Cosenza, dove Pasquale Francavilla è stato rispedito in cella dopo il ricovero in ospedale e lì ha perso la vita.

Ma non è la vicenda di Amato non è la sola a tenere col fiato sospeso familiari e operatori. Ieri il garante regionale Samuele Ciambriello ha incontrato alcuni pazienti oncologici detenuti a Santa Maria Capua Vetere. Tra questi Giovanni Calenzo, 59enne ormai divorato dal cancro: il suo è uno dei pochi casi in Campania di reclusi dichiarati più volte incompatibili col regime carcerario eppure costretti in cella perché le strutture sanitarie sono incapaci di gestirli. Di qui l’ennesimo sos lanciato da Ciambriello alla Corte d’assise d’appello di Napoli affinché dichiari Calenzo ancora una volta incompatibile col regime carcerario. «Il diritto alla salute è incompatibile con la permanenza in cella – precisa il garante – C’è bisogno di strutture di accoglienza, soprattutto per i detenuti senza supporto familiare. La pena non può essere vendetta. Chi è incompatibile con il carcere deve uscirne e non da morto».

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.