Alle ore 2,00 di mercoledì 8 aprile 2026 scadeva l’ultimatum dato dal Presidente Trump all’Iran perché riaprisse lo Stretto di Hormuz. Mezz’ora prima, il Pakistan (mediatore tra USA e Iran) aveva comunicato che sia gli USA che l’Iran avevano accettato un “cessate il fuoco” di quindici giorni, con immediata riapertura dello stretto bloccato da circa un mese.

Quanto durerà il cessate il fuoco

Va precisato che le due versioni (in farsi e in inglese) differivano su molti punti essenziali, tra cui l’arricchimento dell’uranio e il disarmo di Hezbollah. L’unico “peana” si era alzato dai Paesi europei facenti parte della NATO, usciti dai rifugi contenti del fatto che poteva riprendere il flusso di petrolio e, quindi, la crisi economica era scongiurata. Sul “cessate il fuoco”, i media si sono divisi. Tutte le reazioni dell’opposizione sono state in linea con il recente passato, dando per acquisito che il “grande Iran” degli ayatollah, in meno di 40 giorni, avesse battuto i due più potenti eserciti della “Via Lattea”. Questa interpretazione è assolutamente apodittica e meritevole di essere sbandierata ai quattro venti.

Il conflitto che non conviene all’Iran

Innanzitutto, però, occorre sottolineare che in questo breve periodo di tempo non si è combattuta una nuova guerra, trattandosi della continuazione delle guerre e degli episodi precedenti, scaturiti dal sequestro di cittadini americani nell’ambasciata degli USA a Teheran da parte di un gruppo di studenti facinorosi, all’epoca di Jimmy Carter (4 novembre 1979), e della guerra dei “12 giorni” dell’anno scorso. A tal proposito, il Presidente Trump ha commesso l’errore di non perseguire tutti gli obiettivi in quella sede. Gli obiettivi di questa guerra, invece, erano la riapertura dello stretto di Hormuz, la demilitarizzazione dell’isola di Kharg, una drastica riduzione delle capacità offensive dell’Iran, lo stop al nucleare e un cambio di regime. La riapertura dello Stretto di Hormuz resta il principale obiettivo dell’attuale “cessate il fuoco”.

Un punto cruciale, rispecchiato dalla repentina discesa del prezzo del petrolio al di sotto dei cento dollari per barile. Riduzione delle potenziali vie di comunicazione: sono state quasi azzerate; riduzione delle capacità missilistiche: ridotte a un terzo; difese aeree annientate; flotta azzerata; sul cambio di regime è stata azzerata la “casta religiosa”, mentre in campo sono rimasti i laici, rappresentati dal presidente Pezeshkian e dai quadri dei Pasdaran. Lo stop al bombardamento delle centrali, infine, è legato al fatto che, in perfetta sintonia con quanto messo in opera da Hamas a Gaza e da Hezbollah in Libano, i militari hanno schierato presumibilmente “a forza” dei civili intorno alle centrali e ai residui posti di lancio dei missili. Siccome tutto quello che si è detto è inconfutabile, mi sembra che non ci siano dubbi sul fatto che l’Iran, ormai, è tornato indietro di quasi 50 anni, anche perché l’accesso alle centrali nucleari è stato praticamente tombato. Le due versioni dell’accordo, tuttavia, stanno già mettendo a repentaglio il “cessate il fuoco”, perché Israele, tenendo per buono il testo inglese ha continuato a colpire Hezbollah. Naturalmente, l’Iran ha trovato subito il pretesto per tirarsi indietro, con ciò confermando con chi si ha a che fare.