Il Consiglio di Stato, per la seconda volta, ha detto che il procuratore di Roma, Michele Prestipino, non ha i titoli per svolgere l’incarico. La dico più semplice: ha detto che è abusivo. E ha anche rimproverato severamente il Csm che più di un anno fa aveva scelto lui come capo della Procura più importante d’Italia, sebbene alcuni altri candidati avessero più titoli. Finora sono quattro le sentenze che dicono che Michele Prestipino è abusivo. Quattro su quattro, senza nessuna sentenza intermedia che dica il contrario. La sentenza resa nota oggi dal Consiglio di Stato è più che definitiva. Però non risulta che Michele Prestipino abbia liberato l’ufficio.

Circa un anno e mezzo fa un tribunale accolse il ricorso di un avvocato, il quale sosteneva che il Presidente appena eletto del Cnf (consiglio nazionale forense) cioè il capo degli avvocati italiani, Andrea Mascherin, non avesse i titoli per essere eletto Presidente del Cnf. La contestazione riguardava il limite dei due mandati, introdotto recentemente, e il dubbio era se questi due mandati andassero contati in modo retroattivo o dal momento della sentenza. Questione dubbia. Il capo degli avvocati comunque lasciò immediatamente il suo incarico, anche perché il tribunale dichiarò esecutiva la sentenza, e sebbene un secondo tribunale avesse cancellato l’esecutività, il Presidente del Cnf rinunciò ad esercitare il suo ruolo in attesa di una sentenza definitiva, perché si sentì comunque delegittimato.

Come mai il capo degli avvocati scatta alla prima sentenza che lo giudica “illegittimo” e il capo della procura di Roma è sempre lì, dopo quattro sentenze, non molla la presa, non molla la sedia, non molla il potere?

Forse per due motivi. Il primo naturalmente ha a che fare con questioni e caratteristiche personali. Il capo degli avvocati probabilmente ha un senso della legalità e della dignità dell’avvocatura molto più alto, rispetto al capo della procura, il quale probabilmente – come succede spesso ad alcuni magistrati – considera la legalità qualcosa di malleabile e comunque subordinata agli interessi della magistratura.

La seconda ragione è più politica. Il capo degli avvocati è indipendente, risponde a se stesso, alle sue idee, al suo sapere. Il capo della Procura non lo è. Personalmente ho sempre saputo che i magistrati – dico meglio: i magistrati che stanno ai vertici della magistratura – non godono di nessuna indipendenza, a dispetto della gran retorica con la quale ne invocano il diritto, o il privilegio. Ora però questa non è più una mia convinzione personale ma è la realtà evidente, svelta in tutti i suoi aspetti peggiori dallo scandalo Palamara.

Abbiamo avuto le prove provate che il sistema delle correnti domina la magistratura. Che il potere delle correnti è sconfinato. Che le correnti non sono dei raggruppamenti ideali ma solo dei centri che governano la potenza della magistratura. E che sono in grado di determinare gli assetti del potere giudiziario e , spesso, anche l’esito delle inchieste o dei processi. Sono satrapìe.

E questa è la ragione principale per la quale il dottor Michele Prestipino non può compiere le stesse scelte che ha compiuto l’avvocato Mascherin. Il sistema non glielo consente. Lui sa di non essere stato scelto in virtù delle sue capacità, o della sua carriera, o del suo passato, o del suo carisma. E’ stato scelto in quanto rappresentante di un sistema di correnti. Dalla sua corrente e col consenso di altre correnti che, in cambio, hanno ottenuto di dirigere altre procure. Lui ora è investito del compito di coprire il sistema di potere che domina nella Procura che gli è stata assegnata, cioè quella di Roma, e questo compito deve eseguire fino alla fine di ogni possibile resistenza. Se cede, rischia di sbriciolarsi tutto il sistema di potere che ha in pugno, oggi, la Procura di Roma, e rischiano di essere travolti moltissimi altri magistrati. E questo il gioco delle correnti non glielo consente. Prestipino è prigioniero delle satrapìe. Non so dire se consenziente o dissenziente. Di lui, come persona, molti mi hanno sempre parlato bene. Probabilmente è dissenziente, ma è un prigioniero, e un prigioniero, lo sapete, non può scegliere cosa fare di se stesso.

Da Milano, sempre oggi, arriva la notizia che il procuratore Francesco Greco è indagato. Lui i titoli per fare il Procuratore li aveva, ma si è scoperto che forse ha cercato di bloccare l’inchiesta di un suo sottoposto, il sostituto Paolo Storari, che stava indagando sulla possibilità che una loggia segreta – dunque una associazione a delinquere – denominata “Loggia Ungheria” stesse condizionando (stia condizionando) e governando, da fuori, il potere giudiziario. Una ipotesi terrificante, e contenuta nelle dichiarazioni di un testimone, l’avvocato Amara, che è stato molte volte imputato, ma in genere interrogato un po’ superficialmente. Ora Storari lo stava mettendolo alle strette ma, secondo la sua versione, fu bloccato da Greco. La procura di Brescia ha aperto un’indagine e ha spedito a Greco un avviso di garanzia.

Questa è la situazione nella quale si trovano le due grandi Procure della Repubblica. lasciamo stare adesso l’esempio che ho fatto di Mascherin. Provate a pensare a qualche ministro, o sottosegretario (con poteri mille volte più piccoli quelli di un Procuratore, che se gli gira ci mette poco a sbatterti in prigione…) che si trovasse nella stessa situazione. Quanti minuti ci metterebbe a togliere il disturbo? E se non lo facesse come lo tratterebbero i giornali?. E invece, i giornali, con Greco e Prestipino, come si comportano? Seguendo l’ordine. L’ordine del Conte zio: “troncare, sopire…”. Silenzio amici.

E chi è il Conte zio? Boh, magari è la Loggia Ungheria.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.