Viale Mazzini, abbiamo un problema. Conte fa l’agente dei suoi Vice. Report fa la grancassa dei no vax. Gli ascolti crollano mentre il servizio pubblico va a ramengo. La Rai di Salini e di Foa non c’è più ma quella di Fuortes e Soldi non c’è ancora. Per dirla con Gramsci, «il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere». È un lungo guado, non c’è che dire. Il direttore del Teatro dell’Opera di Roma (che mantiene il doppio incarico) Carlo Fuortes è sbarcato a viale Mazzini a inizio estate; il 16 luglio il Cda ha ratificato la sua nomina, insieme a quella della Presidente, Marinella Soldi. Da allora pochi colpi e non ben assestati.

Una prima intervista a Repubblica che doveva dare il segno della sua governance – i rumors parlano di una limatura concertata con il direttore Molinari – ha avuto l’effetto di scontentare tutti. «Da quella intervista è successo un casino, qui», ci dice una fonte del settimo piano di viale Mazzini. «Questa boutade che lui non parla con la politica… poi ha tirato fuori la questione del canone sui telefonini, senza aver preparato il terreno. Il piano industriale, parliamoci chiaro, è quello di Salini. E non c’è la riforma dell’informazione. ‘Ne parleremo dopo’, ha detto. Ma come? Fai un piano per la Rai e consideri secondaria l’informazione? Si rimane basiti». Un gran pasticcio dal punto di vista tecnico. C’è preoccupazione per i direttori editoriali, perché quelli che non andranno a fare i direttori di genere smaniano per dirigere una testata. E c’è da assegnare una poltrona di quelle che scatenano le guerre vere.

È la madre di tutte le battaglie: chi va a fare il direttore del Tg1? Perché l’ammiraglia dell’informazione Rai orienta e decide tutto, “crea il clima”, come si sintetizza in Rai. E forse è per creare il clima giusto che Luigi Di Maio ha chiesto a Fuortes di raggiungerlo alla Farnesina alla vigilia dell’ultimo fine settimana. Il Tg1 è un appannaggio M5s da quando vinsero, ormai tre governi fa, le elezioni. Se, come dicono le voci, andasse a Simona Sala o a Monica Maggioni, il Movimento come manterrebbe la potenza di fuoco che ha oggi? Gli rimarrebbe la vice direzione Tg3 affidata a Franco Di Mare, che però ha già presentato le carte per la pensione: lascia la Rai a luglio. Alla Presidenza del Consiglio il capo del gabinetto di Draghi, Antonio Funiciello, ha il dossier in mano.

I consiglieri di amministrazione non parlano ma tutti sanno: sono arrabbiati neri perché non vengono più coinvolti nella governance dell’azienda televisiva pubblica. «Questa volta pare che quando si andranno a fare i direttori del Tg1, Tg2, TgR e RaiSport vogliono essere consultati», dicono i boatos. Tg3 e RaiNews sono state fatte dopo e scadranno nel 2022. Gli appetiti delle firme Rai più in vista si concentrano dunque intorno al Tg1. Nelle more, si gioca con fairplay. Al M5s viene concesso molto. In un weekend di maggior pubblico televisivo – complice il maltempo – Giuseppe Conte può comparire con i suoi cinque Vice (Taverna, Gubitosa, Todde, Ricciardi e Turco) da Lucia Annunziata e far sapere, come se fosse normale, che da adesso in poi la Rai può e deve invitare soltanto questi cinque esponenti. Gli altri non sono autorizzati, anche se non si capisce con quale strumento il leader del M5s inibirebbe l’invito televisivo che dovesse arrivare alla “serie B” del suo partito.

«La trasmissione Mezz’ora in più su Rai3 trasformata in una specie di convention elettorale M5s, con i 5 più stretti collaboratori di Conte presentati addirittura al pubblico da lui in prima persona. Mi rivolgo alla presidente del Cda Marinella Soldi, manager esperta del settore tv mentre l’Ad Fuortes ha maggiore esperienza sui conti: questa può definirsi davvero informazione da servizio pubblico? Una scena del genere è compatibile con il Contratto di Servizio, il pluralismo e il rispetto della deontologia giornalistica?», chiede il deputato di Italia Viva, Michele Anzaldi. Scoppia poi l’ennesimo caso Report, e il caso nel caso è che se ne accorgono per una volta tutti. Le tesi No Vax care alle origini del Movimento sono interpretate in una sofisticata esegesi a cura dello stesso conduttore, Ranucci. Se ne accorgono migliaia di utenti infuriati, sulla rete. Protestano Italia Viva, Forza Italia, perfino il Pd che presenta una interrogazione al Comitato di vigilanza. «Su Report è andato in onda un lungo compendio delle più irresponsabili tesi No Vax e no Green Pass». E “un chiarimento urgente” viene chiesto ai vertici dell’azienda.

Il deputato azzurro Andrea Ruggeri, che da nipote di Bruno Vespa ben conosce le vicende Rai, aggiunge: «Mi spiace ascoltare da Report la lagna qualunquista per cui il vaccino è il business delle case farmaceutiche’. La trasmissione della Rai – conclude – dovrebbe esaltare il progresso scientifico e i suoi benefici anziché offrire argomenti agli scettici verso la bontà del vaccino». La trasmissione di Rai Tre non si limita ai vaccini: tiene a dare un segnale politico inequivocabile, ad appuntarsi una medaglia sul petto. E si occupa quindi sempre più dettagliatamente della vita privata di Matteo Renzi, incluse le vacanze, le conferenze all’estero, le collaborazioni, inerpicandosi per la stretta via dell’inseguimento personale, della sfida a duello, della singolar tenzone. Con un impeto e un’agenda ben precisa rispetto alle nomine in arrivo, i vice direttori si segnalano per la carriera cui aspirano. A Viale Mazzini è tempo di prendere decisioni, e forse anche a Palazzo Chigi.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.