C’è una nuova forza che sta prendendo piede in Italia: sono i Comitati Più Uno, fondati da Ernesto Maria Ruffini, già direttore dell’Agenzia delle Entrate, e in rapida diffusione su tutto il territorio nazionale. Il loro leit motiv è voler rafforzare – senza sostituire – l’area del centrosinistra. Un progetto che punta a coinvolgere direttamente i cittadini e ad ampliare la base elettorale, superando le tradizionali strutture partitiche. Tante sono le domande che la formazione di questo «campo progressista» porta con sé, e altrettante sono le ipotesi. Soprattutto perché questo campo largo ancora non c’è.

Ruffini, in che cosa consistono i Comitati Più Uno che stanno nascendo? Si tratta di un agglomerato assimilabile al proliferare delle liste civiche?
«Sì, non sono liste civiche. È un progetto nato ormai circa dieci mesi fa per dare un contributo al centrosinistra, cercando di costruire un’offerta più ampia rispetto a quella attuale, oggi circoscritta ai partiti tradizionali. L’obiettivo è allargare l’area di riferimento, mantenendo una collocazione chiara nel centrosinistra, senza ambiguità o posture tattiche».

Quanti sono oggi, concretamente, questi comitati e quale diffusione territoriale avete già raggiunto?
«Per adesso siamo a oltre 500 comitati in tutta Italia, abbiamo già raggiunto 95 province e contiamo di arrivare a coprire l’intero territorio nazionale, quindi tutte le province e tutte le regioni».

Si può interpretare questa iniziativa come una forma di sostegno al centrosinistra?
«Le definizioni le lascio a voi. È un progetto che vuole coinvolgere i cittadini, superando una visione piramidale della politica. L’idea è riportare le persone dentro i processi decisionali, perché in realtà i cittadini si occupano di politica ogni giorno: quando parlano di trasporti, sanità, lavoro, scuola. La politica deve tornare a offrire risposte concrete».

Dunque escludete una collocazione terza o centrista?
«Sì, assolutamente».

Si tratta, quindi, più di un supporto che di una critica all’attuale offerta politica del centrosinistra. Quali sono, a vostro avviso, le principali lacune dell’esistente?
«Il punto è che alle ultime amministrative ha votato circa il 60% degli elettori. Ciò significa che il 40% dei cittadini non si riconosce nell’offerta attuale. Serve qualcosa di nuovo, capace di coinvolgere queste persone. Se tanti cittadini si avvicinano ai comitati, è perché percepiscono una prospettiva più ampia rispetto a quella dei partiti esistenti».

Alla luce di alcune indiscrezioni suggerite da Marco Travaglio, si è parlato della possibile nascita di un nuovo centro politico, e si prevederebbe lo spostamento di Forza Italia al centro, dicendo così addio al centrodestra: è uno scenario che vi riguarda?
«Assolutamente no. Le figure geometriche appartengono alla geometria, non alla politica. Noi ci identifichiamo nel centrosinistra. Al massimo possiamo ambire a essere un ponte per allargarlo. Non intendiamo costruire un centro autonomo».

Non c’è il rischio che iniziative di questo tipo possano frammentare ulteriormente il consenso nell’area del centrosinistra?
«Se la si guarda dall’alto, forse sì. Ma se si guarda dal basso, no. Noi vogliamo ampliare la platea degli elettori, non dividerla. Se si riparte da una visione e da un progetto di Paese, la frammentazione non esiste: esiste solo la capacità di coinvolgere più persone».

Sareste disponibili a inserirvi nel cosiddetto «campo largo»?
«Il cosiddetto campo largo è una definizione limitativa. Noi parliamo di centrosinistra, inteso come centrosinistra da allargare. Se ci si limita a una parte già definita, si rischia di escludere proprio quella quota di cittadini che oggi non vota».

Il vostro obiettivo è anche contrastare l’astensionismo, riportando al voto una parte consistente dell’elettorato oggi distante?
«Esattamente. È difficile accettare, per chi crede nella partecipazione democratica, che voti solo una parte degli elettori. Ci sono energie nel Paese che vanno intercettate e riportate dentro un progetto comune. I comitati nascono proprio per questo».

Avete già avviato interlocuzioni con esponenti di primo piano del Partito democratico?
«Parliamo con tutti, ma non è questo il punto. Non è una questione di nomi o leader. Vogliamo rovesciare la logica: prima vengono le idee e la partecipazione, poi eventualmente le strutture».

Possiamo aspettarci una vostra presenza alle prossime elezioni politiche?
«Questo si vedrà. Non si decide dall’oggi al domani. È un percorso condiviso, e saranno le persone coinvolte a decidere quale forma dare a questo progetto».