Di fronte al boicottaggio delle ‘big corporation’ occidentali, ultime Amazon e Coca Cola, che hanno deciso di lasciare la Russia, la ‘soluzione finale’ è di nazionalizzare le società che bloccano le attività a Mosca. È la proposta di Andrei Isayev, parlamentare di ‘Russia Unita‘, il partito di Vladimir Putin, di fronte alle sanzioni occidentali nei confronti del Paese per la guerra in Ucraina.

Una mossa giustificata con la necessità di tutelare l’occupazione, duramente colpita dallo stop a fabbriche, filiali e negozi stranieri. Una proposta che in realtà sembra un modo un po’ improvvisato di reagire al rischio default del Paese, un fallimento che le agenzie di rating vedono sempre più vicino per effetto delle durissime sanzioni decise da Stati Uniti ed Unione Europea che stanno mettendo a dura prova il sistema economico russo.

Sottolineando come in questo momento per la Russia “il mantenimento dell’occupazione è uno dei compiti più importanti”, Isayev durante una riunione del partito di Putin, di cui è vice segretario, ha rimarcato come i dipendenti delle aziende chiuse “dispongono di tutte le tecnologie necessarie e le materie prime e i componenti necessari, di regola, vengono prodotti anche nella Federazione Russa“.

Isayev auspica di fatto un vero e proprio ‘esproprio’ di stampo sovietico e secondo l’agenzia russa Interfax le fondamenta legali ci sarebbero “dal momento che tali stop sono, di fatto, un fallimento premeditato. Certo, così colpiremmo i diritti di proprietà di queste imprese, ma impedendo che queste danneggino i loro dipendenti, i loro clienti, o loro fornitori e le società collegate”. “Il governo russo dovrebbe utilizzare il diritto di ignorare la legge sui brevetti e il diritto alla proprietà intellettuale di questo tipo di organizzazioni“, ha concluso Isayev nel suo intervento.

Sempre Interfax cita le parole di Dmitry Medvedev, vicecapo del Consiglio di sicurezza russo, che conferma come il governo di MOsca sia “al lavoro sulla possibilità di nazionalizzare la proprietà delle imprese straniere che stanno lasciando la Russia”. Oggi, il quotidiano Izvestia ha riferito che l’organizzazione ‘Iniziativa del consumatore pubblico‘, che si occupa della tutela dei diritti dei consumatori, ha stilato un elenco di società straniere che possono essere nazionalizzate dopo aver cessato il loro lavoro in Russia. La blacklist è stata inviata al governo e alla Procura generale. Finora l’elenco comprende 59 società, tra le quali Volkswagen, Apple, Ikea, Microsoft, IBM, Shell, McDonald’s, Porsche, Toyota, H&M.

I passi verso il default

Del rischio fallimento dell’economia russa ha parlato oggi anche il ministro degli Esteri Serghey Lavrov nella conferenza stampa ad Antalya, in Turchia, dove si sono svolti i negoziati con la controparte ucraina rappresentata da Dmytro Kuleba. “Dello stato dell’economia russa ce ne occupiamo noi, penseremo da soli. Se ne occupa il presidente“, ha spiegato ai giornalisti Lavrov.

Ma al di là delle parole di circostanza, sono i numeri a certificare come Mosca si stia avvicinando a rapidi passi verso il default finanziario, al crac economico già vissuto nel 1998. A dirlo è l’agenzia di rating Fitch, che parla di “default imminente” e ha declassato il debito di Mosca per la seconda volta in sei giorni portandolo a da B a C, a un passo dalla ‘spazzatura’.

L’appuntamento chiave per il Cremlino è il 16 marzo, quando Mosca dovrà pagare 107 milioni di dollari di cedole su due obbligazioni. Per pagamenti di questo tipo è concesso un periodo di 30 giorni di “tregua”, nel corso dei quali il debitore non è ancora considerato insolvente. Se però Mosca arriverà al 15 aprile senza pagare, sarà ufficialmente in default.

Altro problema deriva dal decreto del 5 marzo con cui la Russia ha deciso di rimborsare in rubli i bond in valuta estera dei creditori dei Paesi che hanno imposto le sanzioni: valuta che dallo scoppiare della guerra ha subito una svalutazione record. Per i creditori esteri dunque venir ripagati in rubli sarebbe una grave perdita, ed è probabile che ci saranno dispute legali sulla questione.

Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia