«La guerra – osserva il politologo russo Nikolay Petrov, ricercatore senior, responsabile del Laboratorio per l’analisi dei processi di trasformazione, New Eurasian Strategies Center (NEST) – è ugualmente brutale da entrambe le parti, con attacchi anche contro obiettivi civili e infrastrutture».

Nella notte tra mercoledì e giovedì il più letale attacco russo degli ultimi mesi si è abbattuto su Kyiv e su altre città ucraine. Come giudica l’andamento del conflitto?
«Gli attacchi russi contro le città ucraine sono di portata maggiore rispetto a quelli ucraini; tuttavia, gli attacchi delle forze armate ucraine contro obiettivi civili nelle regioni russe al confine con l’Ucraina – come la regione di Belgorod – sono piuttosto significativi e causano vittime civili. Lo scopo di una guerra di logoramento è principalmente quello di far sentire alla popolazione avversaria le difficoltà del conflitto e di costringere le élite a negoziare la pace. I blogger radicali pro-guerra in Russia criticano il Cremlino per non aver colpito i centri decisionali in Ucraina, in modo simile a come americani e israeliani hanno agito contro l’Iran. Credo che critiche simili esistano anche a Kyiv. Tuttavia, la guerra continua e, nell’improbabile scenario di un radicale cambiamento della situazione sul campo di battaglia, sia Kyiv che Mosca sono pronte a proseguire le azioni militari, confidando nella volontà dei propri cittadini a farlo».

Incontro fra Volodymyr Zelensky e la premier italiana Giorgia Meloni, si parla di valori e accordi militari. Ritiene che, dopo il disimpegno americano, il presidente ucraino cerchi di cementare le relazioni bilaterali?
«Il presidente Zelensky sta facendo tutto il possibile per minimizzare i danni derivanti dalla drastica riduzione del sostegno statunitense all’Ucraina, concentrandosi anche sul rafforzamento delle relazioni bilaterali con il Regno Unito, la Germania, l’Italia… Un altro aspetto da considerare è che questo può solo attenuare, ma non compensare in alcun modo, il ritiro degli Stati Uniti dalla coalizione occidentale. Tuttavia, il fattore tempo è cruciale e Kyiv conta sulla possibilità che la posizione degli Usa possa cambiare significativamente dopo le elezioni di medio termine del Congresso nel novembre 2026. Nonostante la serietà dei risultati dei negoziati di Zelensky nelle capitali europee, è difficile definirli un punto di svolta decisivo. Oggi, è poco realistico considerare l’obiettivo di infliggere una sconfitta strategica alla Russia; piuttosto, lo scopo è quello di ostacolare la sua capacità di raggiungere la vittoria».

Pensa che, dopo la sconfitta elettorale di Orbán, l’Ue potrebbe scoprirsi più coesa e incisiva?
«Non bisogna sopravvalutare né il ruolo di Orbán nel plasmare la posizione dell’Unione Europea sull’Ucraina, né il significato della sua sconfitta elettorale in Ungheria, né, infine, la capacità dell’Ue di aumentare il sostegno a Kyiv. La questione non riguarda tanto i singoli individui, quanto piuttosto la crescente stanchezza dei cittadini dei Paesi europei nei confronti della posizione di Bruxelles e dei governi nazionali riguardo alla guerra in Ucraina, che è costosa ma non produce risultati tangibili. Affinché tale posizione diventi più rilevante, è necessario rivederla alla luce delle realtà odierne, tra cui, in particolare, il disimpegno degli Stati Uniti e il forte aumento dei prezzi degli idrocarburi dovuto alla guerra in Iran. Ancora più importante, varrebbe la pena considerare come sarà il mondo postbellico e come sarà organizzata l’architettura di sicurezza europea».

Il conflitto in Iran spinge l’export russo di energia. Ritiene verosimile la nascita di un nuovo polo russo-indo-cinese in contrapposizione a quello euro-atlantico?
«La Russia trae alcuni vantaggi finanziari dalla guerra in Iran e dall’aumento dei prezzi del petrolio e del gas. Tuttavia, questi guadagni non sono né molto consistenti né duraturi, poiché, in caso di un conflitto prolungato e di una crisi economica globale, la domanda di risorse russe esportate potrebbe diminuire drasticamente. In ogni caso, non ha senso parlare di un asse Russia-India-Cina, poiché questo potrebbe riflettere solo una convergenza temporanea di interessi tra i tre Paesi, piuttosto che una cooperazione strategica a lungo termine. Secondo un’opinione diffusa, Mosca è più interessata al disordine globale che a un nuovo ordine, mentre India e Cina mirano principalmente a rafforzare le proprie posizioni all’interno dell’ordine esistente. In ogni caso, qualsiasi nuovo ordine dovrà inevitabilmente essere negoziato con Cina, India e Russia».

Zelensky ha proposto a Mosca la proroga della tregua anche dopo Pasqua. A suo avviso potrebbero riprendere i negoziati fra Russia e Ucraina?
«Né Mosca né Kyiv, al momento, mostrano un reale interesse o la volontà di raggiungere un accordo per porre fine alla guerra. Entrambe le parti ritengono che la propria posizione possa migliorare nel prossimo futuro e non sono disposte a fare concessioni, ma solo a manovrare e a impegnarsi nella propaganda. In una situazione in cui l’attenzione del Presidente Trump è distolta dall’Europa, è difficile aspettarsi che un vero cessate il fuoco emerga dai negoziati tra Russia e Ucraina, le cui posizioni oggi divergono radicalmente. Avvicinare queste posizioni, purtroppo, richiede tempo e ulteriori perdite umane. Nonostante l’eccentricità della posizione del Presidente statunitense e il modo in cui viene espressa, è stato proprio lui a voler spingere la situazione verso un accordo di pace, al contrario dell’Europa».