La prossima volta, per tempo. Non quando tutto è già accaduto, quando il peggio non è riparabile. Non quando si è lasciato nel dibattito pubblico solo lo spazio per la morbosa strumentalizzazione politica. Se è ragionevole assumere un impegno dopo il dramma vissuto in solitudine da Saman Abbas, è dedicare attenzione a una vicenda il cui contesto si conserva immutato anche dopo la cronaca. La violenza contro le donne, la privazione delle loro anche più elementari libertà, gli stessi femminicidi, pur avendo radici comuni, pur avendo la stessa drammatica conclusione, possono avere, e in effetti hanno, diverse dinamiche culturali e sociali. Solo distinguendo, contestualizzando con rigore e serietà, sapremo affrontare tutti questi fenomeni. Saman ha avuto tutto e tutti contro; la propria famiglia, parte della propria comunità, il silenzio dello Stato a fronte delle sue denunce. Questo il contesto.

Fingere che anche solo uno di questi elementi sia da sottovalutare, significherà fatalmente predisporsi al commento dell’ennesimo dramma. Dobbiamo credere che nessuno di questi elementi sia insuperabile, con la forza del diritto e della ragione. Innanzitutto dovremo essere capaci di superare alcuni malintesi, in parte dovuti alla reazione a campagne di odio degli ultimi anni, in parte dovuti all’impoverimento culturale e morale del progressismo europeo e occidentale. Le identità comunitarie, da cui spesso dipendono le stesse strutture familiari, non sono neutre. Vivono della storia, della religione e della cultura dei paesi. Non sono neutre e, non necessariamente, sono conciliabili con le conquiste di libertà e diritti del drammatico secolo che abbiamo alle spalle.

Tutto ciò che nell’esercizio della cittadinanza viene anteposto o nega lo Stato di diritto, l’autodeterminazione e la libera espressione dell’individuo, non è inconciliabile con la nostra cultura; è inconciliabile con la nostra convivenza civile, è inconciliabile con i diritti e le libertà sancite dalla Costituzione. Qui lo scontro di civiltà c’entra nulla, così come c’entrano nulla presunte generalizzazioni che sono figlie di una cultura politica diametralmente opposta alla mia. È un fenomeno sociale specifico, limitato, ma che bisogna affrontare nella sua specificità. Come? Innanzitutto rompendo il silenzio a quelle denunce.

Non possiamo abbandonare quei ragazzi, in particolare di seconda generazione, a loro stessi. Vanno affrontate con la cura che è dovuta, non come un fenomeno folkloristico. E poi accoglienza, inclusione, deradicalizzazione. Il primo fronte non è il commissariato di Polizia, ma la scuola, che si ritrova con sfide difficili e inedite, e che va supportata. E il diritto. Lo ius. Riconoscere l’esercizio dei diritti di cittadinanza a chi nasce, vive, studia in Italia non è affatto un principio di solidarietà; è un principio di comunità fondata sul diritto, sui doveri e sulle libertà che quella cittadinanza prevede.

Eurodeputata del Partito Democratico eletta nella circoscrizione dell'Italia Meridionale.