Lunedì prossimo, 21 settembre, torniamo in aula, al Tribunale di Napoli. Proseguono le udienze del procedimento per diffamazione promosso dal senatore Roberto Scarpinato, M5S, contro Il Riformista. Il senatore sarà sentito come persona offesa in un processo che ha dell’incredibile, per come è nato, per il contesto, per i soggetti coinvolti e per le leve che lo hanno promosso. Riepiloghiamo. La vicenda risale all’autunno 2022. Il Riformista pubblicò articoli basati su atti parlamentari e documenti istituzionali riguardanti vicende immobiliari della famiglia Scarpinato a Sciacca. Il tema era di interesse pubblico: Scarpinato era ormai entrato nell’agone politico e si apprestava a diventare parlamentare. La citazione in giudizio è stata ammessa e il processo, costituitesi le parti in una prima udienza predibattimentale, è stato rinviato nella primavera scorsa a lunedì 21.

Il diritto di cronaca non può fermarsi davanti alla candidatura di un personaggio pubblico. Né può essere subordinato al gradimento del protagonista di una notizia. La difesa del giornale, affidata agli avvocati Alfredo Sorge e Stefano Giordano, è netta: gli articoli contestati si fondavano su documenti e atti parlamentari. Il giornalista non è chiamato a sostituirsi alla magistratura, ma a raccontare fatti, fonti e circostanze di interesse collettivo. Come abbiamo sempre sostenuto: non accusiamo, diamo conto. Il caso è diventato anche una questione di trasparenza.

Nel corso della vicenda è stata segnalata la scomparsa dal sito della Camera dei Deputati del testo integrale dell’interrogazione parlamentare firmata dall’ex ministro della Giustizia Filippo Mancuso. Un elemento che rende ancora più importante il diritto di accesso agli atti e la possibilità, per la stampa, di verificare le proprie fonti. Ma il procedimento non riguarda soltanto Il Riformista e Aldo Torchiaro. Interroga un sistema nel quale la querela per diffamazione può trasformarsi in uno strumento di pressione sul giornalista. Una denuncia penale, anche quando non conduce a una condanna, può produrre costi economici, logoramento personale e un effetto deterrente sull’attività editoriale.

È il problema delle querele temerarie e intimidatorie, le cosiddette SLAPP: azioni giudiziarie utilizzate per scoraggiare la partecipazione pubblica e il giornalismo indipendente. L’Unione europea ha adottato la direttiva 2024/1069, nota come «direttiva anti-SLAPP», ma la sua applicazione concreta resta una sfida per gli Stati membri. Il nostro giornale ha promosso incontri pubblici, tavole rotonde, convegni. Le associazioni sindacali de giornalisti, che sul tema ogni anno si limitano a produrre un comunicato stampa, non hanno esercitato neanche in questo caso una azione di forza irresistibile. La politica, da noi sollecitata, poco di più. Il 25 aprile 2026, il Partito Radicale ha dedicato un’iniziativa al tema delle querele contro i giornalisti. L’associazione di categoria Giornalisti 2.0 ha espresso solidarietà al giornale e al collega coinvolto. Lunedì saremo nuovamente in aula. Non per difendere un privilegio, ma un principio: chi esercita il diritto di cronaca non deve essere intimidito per aver pubblicato atti e posto domande su fatti di interesse pubblico.