«Ma che razza di Paese è questo che costringe allo sciopero della fame per avere diritti e rispetto della Costituzione?». Domenico Alessandro De Rossi, presidente del Centro europeo studi penitenziari, lo dice dopo aver aderito alla staffetta dello sciopero della fame a sostegno della protesta iniziata lo scorso 10 novembre da Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino, per sensibilizzare la politica sulle condizioni nelle carceri in questo periodo di pandemia.

«Ho visto Rita Bernardini in momenti di grande sofferenza e grande grande fatica a seguito di questi digiuni che fa sull’insegnamento e sull’esperienza di Marco Pannella. Un giorno eravamo in viaggio verso un carcere vicino Napoli e mi colpì tantissimo vedere come si dedicasse con tanto sacrificio a una missione. È questa la motivazione che mi ha spinto ad aderire allo sciopero della fame – racconta De Rossi – Si possono fare digiuni per tanti motivi, ma il digiuno volontario, ideologico, è tutta un’altra cosa. Si soffre di più perché la motivazione è pura, teorica, filosofica, e la rinuncia è un passaggio importante».

De Rossi è critico nei confronti della politica. «Come si fa a voltare lo sguardo dall’altra parte se si ha di fronte una realtà così sconvolgente e drammatica? C’è una responsabilità gravissima per questa non azione, per questa incapacità di immaginare il futuro anche nelle problematiche che potrebbero presentarsi ed essere serissime. Se la pandemia dovesse scoppiare nel sistema carcerario impegnando migliaia di persone si rischierebbe una strage. E come pensano di fermarla? Portando i detenuti fuori dopo che sono malati, dopo che sono infetti».

Le questioni che pone De Rossi sono cruciali. «L’Italia è stata già severamente condannata e multata perché non garantiva gli spazi nelle carceri. Ora, oltre alle multe, rischia cause di servizio da parte delle vittime del Covid o dei loro parenti». Liberare il più possibile le carceri appare l’unico segnale politico concreto. « Bisogna liberare chi ha solo un anno o due da scontare, ricorrere a misure alternative, evitare di tenere in cella chi da due o tre anni attende un processo dal quale magari verrà anche assolto» sottolinea De Rossi, evidenziando poi, da architetto e docente, l’importanza degli spazi all’interno di un istituto di pena. «Basta con provvedimenti furbeschi come la sorveglianza dinamica che tiene ammassati i detenuti nei corridoi fingendo di sanare il sovraffollamento nelle celle – dice De Rossi – È il momento di pensare, senza più rinvii, a un serio piano carceri modellato per i prossimi trenta o quarant’anni».