Il tema delle correnti e quello ancora più ampio e complesso dei problemi della giustizia, delle risorse disponibili e dei diritti da tutelare. Su questi temi nei giorni scorsi si è consumato uno strappo all’interno dell’Associazione nazionale magistrati. Otto magistrati napoletani hanno rassegnato le dimissioni per divergenze di posizioni su questi temi, e un nono, Catello Maresca, pare lo abbia fatto per questioni legate alle richieste di chiarezza sulle voci di una sua possibile candidatura a sindaco della città. «Lungi dal solito, inutile chiacchiericcio autoperpetuativo delle correnti, è ormai evidente che qui si tratta di prendere seriamente posizione su che modello di giudice vogliamo, al di là delle solite litanie sull’indipendenza dalla politica e da ogni altro potere.

Questo è scontato, ma ora serve indicare, non per noi, non per questo o quell’ufficio, ma per il Paese, cosa fare per individuare e inverare tale modello. Ed è certo che questa questione non può essere lasciata solo a un tema, peraltro declinato in modo del tutto inappropriato, come quello dell’”efficienza”», si legge in un documento firmato da ventuno magistrati, tra cui anche i cinque pm e giudici napoletani che avevano replicato con le proprie dimissioni alle affermazioni con cui il presidente Giuseppe Santalucia aveva replicato a un articolo dell’economista Francesco Giavazzi pubblicato sul Corsera e relativo alla possibilità di applicare alla giustizia i criteri efficientisti dell’economia di mercato. I firmatari del documento sono i magistrati Michele Caccese, Erminia Catapano, Natalia Ceccarelli, Federica Colucci, Caterina di Martino, Gabriele Di Maio, Ada Favarolo, Ulisse Forziati, Mario Fucito, Barbara Gargia, Anna Grillo, Paolo Itri, Carla Musella, Clara Paglionico, Francesco Pastore, Enrico Quaranta, Dario Raffone, Giuseppe Sassone, Eduardo Savarese, Carla Sorrentini e Maria Tuccillo.

«I problemi della giustizia – scrivono – sono, in larga parte, problemi di una domanda indotta dalle violente disuguaglianze sociali che si sono prodotte in questi decenni, dalla totale “inefficienza”, se non collasso, della pubblica amministrazione, dalla necessità di sopravvivenza di un ceto smisurato e ampiamente proletarizzato come è quello degli avvocati, dall’eccesso di giurisdizione che ingorga anche la Cassazione costretta a definire, in sede civile, oltre 30mila procedimenti l’anno e che vede abilitati davanti a sé oltre 70mila patrocinanti a fronte dei 100 della Corte di Cassazione francese». Ci sono sproporzioni, dunque, nel sistema giustizia. «Si profila – aggiungono i ventuno firmatari – un modello di giurisdizione in cui alla smisuratezza dei diritti da tutelare si contrappongono armate allo stremo e senza risorse come accade in tanti Tribunali di periferia, del tutto dimenticati, e in cui vengono in rilievo anche contraddizioni in termini di organici, rispetto ad altri uffici più “rilevanti”, come accade, per esempio, con le assurde sperequazioni fra i vari Tribunali di un medesimo distretto, controprova di una totale assenza di analisi circostanziate o, peggio ancora, della volontà di non “disturbare” il manovratore».

Nel documento si contrasta l’idea di una giustizia al servizio del pil: «Nelle classi dirigenti italiane (e non solo) circola l’idea che tutto, anche la giurisdizione, debba essere piegato al mercato, alla velocità delle sue contrattazioni, all’abbassamento dei costi. Questa idea è tracimata nella regolazione giuridica di tutti i rapporti, anche quelli che coinvolgono la più intima privatezza delle persone». «E non abbiamo nessuna difficoltà a dire che, così come è declinato, anche il tanto esaltato “ufficio del processo” è funzionale a questa ideologia. Si tratta di un’idea farraginosa per come pensata, povera, che cerca di mettere insieme quelle poche risorse che ci sono e di connetterle a un più intenso e “razionale” sfruttamento dei giudici onorari».

Per i firmatari del documento «gli ostacoli che si frappongono a un servizio giustizia più decoroso sono di ordine culturale, politico ed economico» e il richiamo alla cultura d’impresa da applicare alla giurisdizione ha l’aria di «slogan e fumisterie ideologiche che nulla hanno di serio se non la perpetuazione di questo stato di cose».