Va detto che fino a un tempo recente – grosso modo quello nel quale i partiti socialisti in Europa approdano alla terza via, forse iniziata però già nel 1959 a Bad Godesberg – i riformisti condividevano con i rivoluzionari l’obiettivo della costruzione della società socialista e dal superamento del capitalismo. È proprio questa condizione che consentirà in Italia negli anni 60 l’emergere di una tendenza politico-culturale che verrà chiamata, da Giles Martinet, dei riformisti rivoluzionari, per significare in essa l’assunzione del processo graduale della trasformazione e, insieme, del suo obiettivo di realizzare la società socialista. Restava il primato del socialismo, pur di fronte alla nascita di un nuovo tipo di capitalismo, quello che fu chiamato il neocapitalismo.
E ora? Ora di fronte ad un nuovo sconvolgimento di un capitalismo che ha vinto contro il suo avversario storico ma che, di fronte alle nuove contraddizioni che esso genera, agli squilibri sociali, alle diseguaglianze, alle devastazioni della natura aggrava drammaticamente la crisi sociale, la crisi ecologica e la deprivazione di umanità, oggi il socialismo ha ancora qualcosa da dire, ci parla ancora e, se sì, di cosa ci parla? Ci viene in soccorso una donna, “una rivoluzionaria” del secolo scorso che col socialismo ha legato la sua ricerca e la sua vita intera: Rosa Luxemburg. Fu lei a porre l’alternativa “Socialismo o barbarie”.

Abbiamo già avuto modo di scrivere qui che oggi della barbarie sappiamo tutto perché vi viviamo immersi, così immersi da veder affiorare il rischio della catastrofe, mentre del socialismo nel nostro futuro sappiamo ormai poco dopo l’eclisse che in Europa l’ha investito con la sconfitta subita nel 900. O, forse, sappiamo ancora troppo poco. Eppure lo spettro continua ad aggirarsi seppure in forme spurie, inedite, poco conosciute e poco studiate, in primo luogo per la morte della politica e per la crisi della democrazia.

Lo spettro prende perciò una forma tanto irrisolta quanto decisiva del nuovo terreno di scontro e del conflitto, prende la forma della rivolta. Non è questa la sede per una riflessione, sebbene sempre più necessaria e urgente, su di essa. Per avere un’idea della sua importanza, possiamo anche soltanto osservare la sua estensione. Essa si è manifestato in Algeria, in Argentina, in Bolivia, in Cile, in Columbia, in Ecuador, in Egitto, in Francia, a Hong Kong, in India, in Iran, in Iraq, nel Libano, in Marocco, in Sudan, nello Zimbabwe. Troppo per non vederla strettamente connessa con questa organizzazione del mondo, della società, dell’economia capitalista. Le rivolte sono diversissime tra loro, le micce che le innescano pure. Molte di esse prendono di mira le leadership, non ancora il sistema.