Quella di Goffredo Bettini a Il Riformista è molto più di una intervista a tutto campo. Le sue considerazioni, i suoi giudizi, vanno anche oltre il “Cantiere della sinistra” e investono l’intero campo della politica. E del Governo.

“Cantiere”, “Campo”… Variano le metafore ma il tema resta lo stesso: quale pensiero, visione, progettualità dovrebbe definire le fondamenta di questo “cantiere”?
Giustamente lei parla della necessità di una visione; necessaria per dare un indirizzo e un senso ad una volontà di cambiamento. Ma per avere una visione occorre un soggetto politico che la elabori e poi la proponga. La difficoltà della sinistra è che manca proprio questo: il soggetto. O almeno esso si presenta debole, sfarinato, contraddittorio, balcanizzato. Zingaretti, anche se non gli è riconosciuto quanto meriterebbe, ha risollevato il Pd e ha contribuito grandemente a salvare l’Italia; eppure si trova anch’egli di fronte ad una certa melmosità dello strumento partito, che stenta a ricomporsi sulla linea del gruppo dirigente, peraltro unito come mai nel passato. Dal triennio ‘89-‘92 tutto è cambiato. Moltissimo è stato distrutto, ma poco ricostruito. Ai vecchi partiti di massa si sono sostituite le aggregazioni civiche, i movimenti che emergono e poi scompaiono, le carovane, i girotondi, i profeti televisivi, l’epopea dei giudici. Tante esperienze con dentro anche spinte in qualche caso positive, ma prevalentemente sintomo di uno “spappolamento” del campo progressista, che alla fine si è trovato unito solo nei momenti elettorali e nella dimensione del governo. Governo, governo e solo governo. Naturalmente è stato insufficiente: non si può tirare il corpaccione sociale per i capelli, sperando di risollevarlo dall’alto e di tenerlo unito. Infatti, esso si è ulteriormente spezzato e diviso. Anche sotto l’offensiva del pensiero avversario neoliberista; che ha teorizzato: la società non esiste, esistono solo gli individui. Ricostruire oggi il soggetto della trasformazione è, dunque, la priorità; ma occorre sapere che l’impresa è difficilissima. Anche perché un soggetto si definisce a partire dalla sua funzione. In sostanza: chi vuole rappresentare nella società? Chi vuole difendere? In che direzione intende cambiare i rapporti di forza tra chi sta sotto e chi sta sopra? Quando, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, nacquero e crebbero i partiti socialisti, questi trassero forza, idealità, pensiero dalla classe lavoratrice e operaia; la quale, nel processo produttivo, era un soggetto compatto, localizzato nella fabbrica, cosciente di creare con il proprio lavoro “valore”. Un soggetto sfruttato, ma indispensabile persino al suo antagonista, che si appropriava dei profitti. Insomma, c’era una relazione dialettica tra soggetti diversi: terreno di aspre lotte ma anche di compromessi e conquiste.
Il grande “inciampo” della sinistra si è verificato quando questa soggettività operaia è eclissata; perché i “soggetti” dell’espansione produttiva, soprattutto nella fase della globalizzazione dei mercati, sono diventati sempre di più l’organizzazione e la tecnica. E i lavoratori vivi, invece, sono stati decentrati, sparsi, svalutati, annessi dalla potenza tecnologica. Allora, quando oggi parliamo di un partito nuovo, la domanda stringente è: a cosa si aggrappa? Chi organizza? Da che parte sta? Quale conflitto vuole gestire? E dove sono gli snodi del confitto? Come e dove agiscono le ingiustizie? Dalle risposte a queste domande può rinascere una visione.

Nei suoi anni d’oro, la sinistra, in particolare il Pci, esercitava una egemonia culturale in settori importanti della società, ben oltre la politica. La dico brutalmente: perché oggi la sinistra, in tutte le sue articolazioni, moderate e radicali, non affascina, non fa sognare, soprattutto le giovani generazioni?
Le do una risposta che può apparire bizzarra. Vede, sono diventato del tutto casualmente un comunista italiano a 14 anni. E devo, nel bene nel male, quasi tutto al partito. Sono stato spinto a quella scelta non da un’adesione astratta a teorie che ancora non conoscevo, tantomeno a libri che ancora non avevo letto. Piuttosto, per ciò che mi sembrò il Pci potesse darmi sul piano emotivo e della crescita personale. Amavo molto la mia famiglia. Solida, numerosa e con radici antiche. Ma essa negli anni Sessanta cominciò ad avvertire l’arrivo del suo tramonto. Proprio nell’età in cui avevo più bisogno di costruire una solida forma dell’anima, sopravvenne così un sentimento di decadenza. Il Pci diventò la mia nuova casa interiore. Fu un’attrazione fortissima: un fattore d’ordine, di disciplina, di sentimenti alti e disinteressati, di continuo apprendimento dal presente e dalla storia. Mi chiede: perché oggi le nuove generazioni non sognano attraverso la politica? Le ribalto la domanda: il sogno è una dimensione distruttiva o prevalentemente costruttiva? Penso prevalentemente costruttiva. Se da trent’anni le “forme” sono state destrutturate, come si può sognare? Se è prevalso il narcisismo dei soli diritti individuali rispetto alla passione di una responsabilità da vivere con gli altri per un’impresa comune, come si fa a sognare? Un’ultima domanda: se la sinistra, invece di resistere e combattere questi fenomeni che progressivamente sono venuti avanti, vi si è accodata, cedendo all’egoismo individuale, come può pretendere di affascinare? Se si è persa la felice e feconda combinazione tra tradizione e innovazione, nella consapevolezza che non c’è vera innovazione se non è innovazione delle tradizioni, come si può dare alle nuove generazioni un punto di riferimento credibile e solido? Qualcuno mi ha definito nostalgico, pensando di offendermi. Non credo di esserlo, perché non mi rifugio nel ricordo del passato, come consolazione rispetto a un presente che non mi soddisfa. Né mi attira la riproposizione delle mode di un tempo, degli anni Sessanta o Settanta o, persino, Ottanta. È roba, questa, che si avvicina più al marketing commerciale che a un intimo sentimento. Piuttosto, considero la nostalgia una carica grandissima di cambiamento se si avverte come la speranza, l’anelito, la passione che un tempo ti ha attraversato e ti ha scosso e che è rimasta inappagata. Non realizzata. Sospesa come una possibilità che non ha preso corpo e che è rimasta lì ad attendere di essere richiamata in campo. La nostalgia, dunque, è la strada che avresti potuto intraprendere e che per mancanza di forza, di sagacia, di fortuna non sei riuscito a percorrere e che è rimasta dentro di te come un non detto che chiede finalmente la parola. Ecco che allora essa diventa una “inattualità feconda”, libera dalle pastoie di un pragmatismo accomodante e che radicalmente chiede di cambiare il mondo. Non sono progetti e programmi astratti che muovono nel profondo le cose. Piuttosto la speranza che la realtà vissuta ha rintuzzato dentro di te e che pure non è morta; è semplicemente sopita, compressa, silente ma pur sempre pronta, ancor più carica per l’attesa, a trasformarsi nel “sogno di una cosa”.

Questo terribile 2020 una cosa buona sta lasciando: la vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali americane. Qui da noi si è detto e scritto che Biden ha battuto Trump perché ha mostrato un profilo “moderato”, “centrista”. Ma sulle grandi questioni del nostro tempo, dalla lotta al cambiamento climatico alla salute, dal governo dei flussi migratori all’istruzione, il programma dei democratici Usa tutto è meno che “moderato”. Perché in Italia si ha così paura di un “riformismo radicale”?
La sconfitta di Trump è un fatto positivo per tutto il mondo. Resta la domanda inquietante sul perché più di 70 milioni di americani abbiano scelto di nuovo l’ex presidente, un uomo davvero pericoloso e simbolo di un’involuzione antropologica e di civiltà dell’attuale destra capitalistica. Lei dice: perché di fronte agli spazi che comunque Biden ha riaperto, la sinistra stenta a mettere in campo un riformismo radicale? Usa la parola “radicale”. Non sono convinto che sia quella giusta. Il riformismo progressista autentico non ha bisogno di aggettivazione. Piuttosto sarebbe fondamentale spazzare via l’uso improprio, gergale, vuoto del termine “riformismo”. Tutti si dicono riformisti. Anche la Meloni, che presiede il Partito dei conservatori e riformisti europei. Berlusconi si è detto persino rivoluzionario. Infine in una parte non trascurabile del campo democratico si è radicata l’idea che il riformismo coincida con una modernizzazione e una innovazione volta a migliorare il funzionamento della società così com’è. Il nostro riformismo, al contrario, dovrebbe rigenerare, a fronte delle sfide dell’oggi, l’obiettivo di cambiare i rapporti di forza tra i deboli e i forti. È un camminare progressivo, un passo dopo passo, in alcuni momenti faticoso e lento, con arresti e riprese, sempre sorretto dalla volontà di cambiare nel profondo gli equilibri e le strutture del mondo. Questo significa riformare il capitalismo: esercitare una forza di regolazione, di contrasto alle forme più disumane prodotte dalla pura logica del mercato e del profitto. Attraverso l’etica, la politica, una statualità che interviene per ridare coesione e armonia alla società, altrimenti attraversata in modo cieco ed autolesionista dai processi produttivi. Tornando a Trump: ha vinto al centro o più guardando a sinistra? La domanda non mi appassiona. Lo scontro è stato tra due Americhe. Com’è sempre stato nel passato. In quel grande Paese ci sono stati John Wayne e James Dean. Il Ku Klux Klan e Martin Luther King. I processi a Hollywood e i film di Orson Welles. La guerra del Vietnam e i grandi raduni pacifisti e antimilitaristi. L’omicidio di Sacco e Vanzetti e il canto di Joan Baez che li ha resi immortali. Con Trump queste due Americhe si sono contrapposte nel modo più netto e violento. Altro che la teoria, sostenuta da qualcuno, secondo la quale la liberaldemocrazia negli Usa garantisce le regole ed è inossidabile. Nelle ultime elezioni, il presidente sconfitto non ha neppure riconosciuto la vittoria del suo avversario. Joe Biden e Kamala Harris hanno rappresentato, al di là delle loro posizioni soggettive, il differenziato mondo dell’America democratica. Dentro il quale si sono espressi in modo forte i movimenti anche più radicali, impegnati, di critica sociale e politica. E per fortuna è accaduto ciò. Altrimenti si sarebbe perso, se il fronte progressista e dell’America libera, fosse stato identificato ancora una volta con le élite metropolitane, protette, intellettuali e illuminate. Gli sviluppi successivi sono ancora aperti. Biden dovrà trovare un suo equilibrio, anche se i segnali su alcuni campi decisivi sono positivi e inequivocabili; a partire da quelli che investono i temi dell’ambiente.

In un recente webinar organizzato da italianieuropei, di cui lei è stato tra i protagonisti, Massimo D’Alema ha sostenuto, cito testualmente: «Serve una nuova forza politica con un progetto di riforma del capitalismo che renda possibile il contenimento delle diseguaglianze e la tutela dell’ambiente». È d’accordo su questo? E il Pd?
Per riformare il capitalismo, come sostiene D’Alema, occorre tuttavia capire bene, nel mezzo della caduta delle forme, dove agisce il conflitto. E saperlo, poi, rimettere in forma politica. Dov’è oggi il conflitto? Quali canali lo possono esprimere? Come ho detto è qui il problema. La caduta delle “forme” è intrecciata alla caduta del soggetto reale nei processi sociali ed economici che ha spinto per più di un secolo in avanti il cambiamento e dato risposta al dolore delle persone. Tanto che oggi, in sua assenza, le contraddizioni nella nostra società appaiono confuse, nascoste, inespresse; ma il malessere c’è. Perché rimane una divisione orizzontale tra due mondi che nella società si muovono in sfere diverse, con ritmi diversi, con logiche e linguaggi diversi. Una fascia vincente e una perdente. Una felicemente globalizzata e un’altra confusamente schiacciata in una quotidianità senza alcuna prospettiva di riscatto. Come organizzare e agire in questo popolo nel suo insieme compresso in una dimensione subalterna e senza voce, ma così diverso per reddito, per posizione sociale, per aspirazioni? Ogni tanto da questo magma sorgono proteste rabbiose e violente. Si afferma quello che noi genericamente definiamo populismo. Sono i soli modi con i quali i “molti” trovano uno sbocco, una voce per palesare il malessere della propria condizione. Ma alla fine tutto si conclude con una sostanziale impotenza. Non viene sfondato il soffitto di vetro che impedisce di mobilitarsi verso l’alto; nella fascia dove le persone coltivano le proprie speranze e il miglioramento delle proprie vite. Non vedo altra strada per ricostruire una soggettività politica che quella di attraversare questo nuovo popolo arrabbiato, confuso, talvolta rozzo e diffidente. Perché quel popolo va riconquistato, come hanno detto nei loro interventi sia Tronti che Bassolino. Ma non ci sono lezioni o pedagogia dall’esterno che possano sostituire il necessario corpo a corpo, questo attraversamento del popolo così come oggi, e non come noi astrattamente lo vorremmo. Con la volontà di cambiarlo, ma con la giusta accoglienza per essere cambiati noi stessi. È un lavoro da fare sul campo, con la testa alta a guardare lontano, ma con i piedi nel fango dei processi concreti di oggi. È un lavoro per approssimazione. Da svolgere dall’alto e dal basso. Dal governo e nell’asprezza dell’azione territoriale. È un lavoro di “rammendo” che va pazientemente eseguito raccordando nodi via via più solidi di una rete che deve espandersi progressivamente. È un lavoro “costituente” la democrazia, una nuova statualità e un nuovo soggetto politico, che sul piano tattico ha bisogno di una precisione chirurgica e su quello strategico di una grande fermezza e, appunto, visione. Per fare questo non occorre meno politica, semmai un surplus di politica. Proprio perché siamo privi di quella facile lettura degli interessi che ci portava il popolo già filtrato, ordinato, cosciente della sua funzione e fiducioso per le sue prospettive. Non so se riusciremo in questo lavoro. Ma non c’è altra via da perseguire.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.