La normativa elettorale attualmente in vigore (la legge Rosato) prevede, come si sa, una rilevante componente di seggi assegnata grazie a collegi uninominali (il 37%), che sono decisivi per la formazione delle maggioranze di governo. Questa circostanza impone di fatto che, prima delle elezioni, i partiti si coalizzino tra loro in modo da presentarsi in alleanze che cerchino di conquistare i seggi in lizza in quei collegi, dove vince il partito -o, meglio, la coalizione – che ottiene più voti in assoluto.

Tutte le forze politiche devono dunque decidere con chi e come stabilire delle alleanze elettorali. Si tratta di scelte decisive poiché la partecipazione di un partito ad una determinata coalizione piuttosto che a un’altra, influenza – e lo fa, come vedremo, in misura notevole – il comportamento degli elettori nel momento in cui decidono se assegnare il proprio voto ad una forza politica.

Contrariamente a quanto accadeva negli anni della cosiddetta Prima Repubblica, infatti, sono sempre meno i cittadini che dichiarano di votare in ogni caso per il “proprio” partito, indipendentemente dalla coalizione di cui quest’ultimo sceglie di far parte. Il più delle volte, invece, oggi la decisione di voto è influenzata anche dalla scelta della coalizione fatta dal partito, se non altro perché è indicata nella scheda elettorale.

Questa circostanza emerge anche dagli esiti di un recente sondaggio del “Radar” Swg, dal quale risulta che la netta maggioranza (57%) dei cittadini intervistati dichiara di voler concedere la propria preferenza ad un partito formando la propria scelta anche – spesso in misura determinante – in base alla coalizione di cui la forza politica prescelta decide di far parte. Solo una minoranza (seppure consistente, pari a poco più di 4 elettori su dieci, il 43%) afferma invece che voterebbe il proprio partito preferito comunque, a prescindere dalla natura della coalizione cui decide di aderire e dalle altre forze politiche che vi sono presenti. Vedremo subito gli effetti concreti di questi atteggiamenti sugli equilibri politici. Prima è utile sottolineare che la quota di “fedeli” (vale a dire di coloro che affermano di votare per il proprio partito indipendentemente dalla coalizione in cui quest’ultimo sceglie di collocarsi) varia significativamente a seconda del partito preso in considerazione: gli elettori relativamente più “fedeli” sono quelli dei partiti di destra, specialmente nella Lega, ove due votanti su tre (66%) dichiarano di voler optare comunque per la forza di Salvini, indipendentemente dalla coalizione di appartenenza. È dunque chiaro che il “Capitano” dispone di un elettorato non solo relativamente ampio (le ultime stime assegnano il 19%), ma assai più solido e “militante” di quanto non accada per altre forze politiche (un fenomeno analogo accade in Fratelli d’Italia con il 52% di “fedeli”).

Viceversa, com’era forse facile attendersi, dati i recenti notevoli problemi interni – e i veri e propri conflitti che hanno coinvolto anche i vertici, gli elettorati che risultano meno vincolati al proprio partito sono quelli del M5S e di Forza Italia, ove i “fedeli” sono rispettivamente solo il 26 e il 24%. Insomma, i votanti per questi due partiti si sentono assai più “liberi” di quelli delle altre forze politiche e sono quindi probabilmente più conquistabili da altri sul mercato elettorale.

Tenuto conto di quanto appena detto, quali sono le coalizioni preferite? Swg propone tre soluzioni, con risultati significativamente differenti.

La prima è quella classica, alla quale la maggior parte degli analisti pensa in questo momento. Essa vede da una parte l’alleanza di Pd con i 5stelle e i partiti dell’estrema sinistra (Mdp, Sinistra italiana e Verdi) e dall’altra la Lega con Fratelli d’Italia e Forza Italia nonché Cambiamo! (il partito del governatore della Liguria, Toti). Il risultato del sondaggio suggerisce un esito di sostanziale parità (considerando anche i margini di errore insiti nelle ricerche demoscopiche): 45 a 44 per il centrodestra. Questo risultato contrasta significativamente con l’attuale distribuzione dei voti per i singoli partiti (non per le coalizioni) che siamo soliti considerare basandoci sui dati dei sondaggi e che vede attualmente la somma delle singole forze di centrodestra in vantaggio col 47% contro il 43%. La differenza tra i due risultati, quello che emerge dal quesito sulla coalizione preferita e quello che si trae invece chiedendo il singolo partito che si voterebbe (in un sistema elettorale che non consente il voto disgiunto) dipende proprio soprattutto dalle defezioni che si registrano tra gli elettori del centrodestra (sia da FI da un verso che da FdI dall’altro) a fronte della coalizione proposta che vede insieme tutti e quattro i partiti. In altre parole, se è vero che il centrodestra (specie la Lega) può contare su molti “fedeli”, è altrettanto vero che la quota di “infedeli” comunque presente – e insoddisfatta delle alleanze proposte – è tale da penalizzare la performance complessiva della coalizione. È una situazione che ha suggerito a qualche esponente del centrodestra di auspicare addirittura il ritorno al sistema elettorale totalmente proporzionale, che sembrerebbe apparentemente più conveniente.

Nella coalizione opposta, viceversa, si rileva un flusso a favore del centrosinistra di una parte di coloro che dichiarano attualmente di astenersi, che ne esce di conseguenza avvantaggiato. Infine, i partiti di centro, esclusi da entrambe le coalizioni, otterrebbero il restante 7% che darebbe comunque loro un ruolo forse decisivo nella formazione delle maggioranze parlamentari.
In definitiva, contrariamente a quanto attualmente si ritiene, l’esito di eventuali elezioni con questo genere di alleanze non sarebbe affatto scontato e vedrebbe una battaglia all’ultimo voto tra centrodestra e centrosinistra. Con una prevedibile successiva difficoltà nel formare un governo di coalizione che sarebbe in ogni caso assai fragile. I dati indicano che, in questo caso, giunge a comporre una maggioranza quella delle due coalizioni che riesce ad allearsi con le forze di centro. Persuadere queste ultime a far parte dell’esecutivo diventerebbe dunque il fattore determinante che permetterebbe a una delle due coalizioni di assumere il governo del paese.

Ciò potrebbe suggerire l’opportunità di includere ex ante queste forze di centro nella coalizione proposta agli elettori. È l’idea che alcuni esponenti del Pd definiscono del “campo largo”. Ma essa non sembra funzionare dal punto di vista dei consensi. Se infatti il centrosinistra provasse ad allargare la propria area, formando una coalizione che include anche i partiti di centro, andrebbe incontro a un risultato meno favorevole. Specialmente perché molti elettori, oggi collocati nelle forze di estrema sinistra o nel M5S, dichiarano in modo netto che si rifiuterebbero di dare il proprio voto a una coalizione del genere. Di conseguenza, la coalizione di centrosinistra, malgrado l’allargamento non riuscirebbe, secondo i risultati del sondaggio Swg, a raccogliere complessivamente più del 45% dei voti. In altre parole, l’apporto degli elettori delle forze politiche di centro verrebbe di fatto annullato dalle defezioni degli elettori della sinistra e del M5S, che si rifugerebbero verosimilmente nelle astensioni. Il che favorirebbe il centrodestra, che viene stimato in questa eventualità al 50% e che vincerebbe agilmente le elezioni.

Insomma, la politica di “campo largo”, propugnata oggi da molti esponenti del centrosinistra, si rivelerebbe, dal punto di vista elettorale, un fallimento per quest’ultimo, almeno con la normativa attualmente in vigore. Le posizioni di centro e quelle di sinistra radicale mostrano molte difficoltà a convivere e sembrano elidersi a vicenda.

Se ne ha una ulteriore prova, peraltro, nel caso venisse proposta la cosiddetta coalizione “Ursula” (in riferimento a quella che ha eletto la attuale presidente della Commissione Europea) che, se mai si riuscisse a fare, vedrebbe insieme Fi, il Pd, il M5s e i partiti di centro. In un’ipotesi del genere, larghi strati dell’elettorato attuale dei partiti non li seguirebbero. La maggioranza degli elettori del M5s da un verso e di Fi dall’altro afferma che non voterebbe questo genere di coalizione, che, di conseguenza, otterrebbe solo il 36%!

E il centrodestra, composto da soli Lega e FdI potrebbe vincere facilmente le elezioni con il 46% (a fronte del 39% su cui questi due partiti possono complessivamente contare in questo momento). La coalizione “Ursula” sarebbe, a parere di chi scrive, assai utile per governare il paese nella situazione attuale: ma evidentemente non è gradita dagli elettori, che vedono impossibile questo genere di mutamento degli schieramenti e delle posizioni contrapposte che attualmente caratterizzano lo scenario politico del nostro paese.

Dall’insieme di questi dati emerge come, mantenendo l’attuale sistema elettorale, l’esito delle prossime elezioni è oggi imprevedibile. E, se questi dati fossero confermati dai voti deposti nelle urne, comporterebbe gravi difficoltà nella possibilità di formare un Governo. Forse anche per questo motivo, ancora di recente alcune forze politiche hanno dichiarato l’intenzione di intraprendere, una volta designato il nuovo Presidente della Repubblica, una revisione del sistema elettorale attualmente in vigore. Ma gli stessi dati che abbiamo presentato sin qui suggeriscono altrettante difficoltà nell’approvazione da parte dei partiti di una nuova normativa che regoli il voto. Specialmente perché ogni forza politica preme per il sistema che più sembra convenirle nel breve periodo: ma l’individuazione di quest’ultimo risulta – almeno sulla base dei dati che abbiamo esposto – tutt’altro che chiara.

Molti invocano il proporzionale con una soglia di sbarramento che, sulla base di questi dati, sembra convenire ad alcune delle forze politiche citate. Quel che è certo è che un sistema elettorale che permettesse ai partiti di formare coalizioni dopo il voto invece di prima, come ora, sarebbe più agevole per la formazione della maggioranza di governo. Che potrebbe essere presieduta – come sembra auspicare Paolo Mieli nell’intervista concessa a questo giornale – dal leader del partito più votato che avrebbe così il consenso degli elettori. Resta il fatto che sarebbe possibile introdurre un nuovo sistema di voto solo nel caso di un accordo ampio fra le maggiori forze politiche: un evento di cui per ora non vi è alcun segno evidente.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino