Era stato annunciato: passate le elezioni amministrative si ricomincerà a parlare della legge elettorale. Credere che questa possa essere impostata e decisa sotto un “velo di ignoranza” (come bisognerebbe fare quando si elaborano le leggi elettorali, in modo che non siano condizionate dalle previsioni sui risultati di voto nel brevissimo periodo) è tuttalpiù una apprezzabile idea della teoria politica normativa. Ma in realtà questa ottica non è praticabile poiché i partiti che devono decidere in merito alle regole elettorali si trovano ormai in una condizione nella quale il velo di ignoranza relativo ai rapporti di forza fra di essi è costantemente stracciato dai sondaggi sulle intenzioni di voto, che spingono ciascun attore politico a ragionare in base ai suoi interessi di parte, per di più a breve.

Non sorprende dunque che nel contesto italiano, al di là delle ideologie e degli appelli retorici riferiti alla volontà popolare e al popolo sovrano, i piccoli partiti, per poter contare nella formazione delle maggioranze di governo, si schierino a favore di sistemi proporzionali, mentre i partiti più grandi siano in genere ostili a tali formule elettorali.
La legge in vigore, nata in un contesto di relativa urgenza, dopo la sentenza della Corte costituzionale (la 35 del 2017) che aveva bocciato, in parte, l’ultima normativa approvata dal Parlamento (e in realtà praticamente inutilizzabile, dopo il referendum popolare del dicembre 2016), è costituita da un sistema misto con una forte componente proporzionale e un terzo circa di collegi uninominali. Sartori l’avrebbe definita un “can-gatto”. In realtà era il risultato di un compromesso per provare a far contenti tutti.

Tuttavia, i collegi uninominali spingono i partiti ad allearsi prima delle elezioni per provare a conquistare i candidati in quei collegi, che devono essere necessariamente comuni per ciascuna coalizione. Un partito che si rifiutasse di entrare in una delle due coalizioni potrebbe verosimilmente non conquistare alcun collegio. Tale sistema oggi forza quello che resta del M5S, che al riguardo esita ampiamente, a schierarsi con il PD e lo stesso varrebbe per i partiti di centro. Come anche spinge i tre partiti del centro destra a stare insieme. Con mal di pancia di alcuni dentro FI. Ma la possibilità di cambiare – ancora una volta – e in senso proporzionale, la legge elettorale attraverso l’abolizione dei collegi, incontra oggi un certo numero di ostacoli, salvo naturalmente un significativo mutamento delle circostanze, che in Italia non si può escludere.

1. I grandi partiti sono ostili perché grazie alla legge esistente pensano a ragione di poter forzare i partiti più piccoli ad allearsi con loro. Che poi questo renda stabili le coalizioni dopo il voto potrebbe essere niente di più che una illusione, in particolare di chi crede che si possa trasformare, con il semplice uso dell’ingegneria elettorale, la struttura estremamente frammentata del sistema dei partiti in Italia in una democrazia alla Westminster. Quando si sa che, quest’ultima, quando funziona, contrappone due soli partiti, che la legge elettorale completamente basata da secoli sui collegi uninominali consolida nella forma del duopolio quasi perfetto, senza bisogno (con rarissime eccezioni) di governi di coalizione.

2. Al tempo stesso, i sondaggi, se da un lato permettono di conoscere più o meno il rapporto di forze fra i partiti nel presente, non possono certamente dirci ora quali saranno tali rapporti in un futuro relativamente distante, come verosimilmente è quello in cui avranno luogo le elezioni. Tenendo conto di questo e della ben nota volatilità del corpo elettorale, è poco verosimile che i partiti possano accordarsi per una riforma, quale che sia, della legge elettorale, se non quando sarà magari troppo tardi.

3. Come si sa, è stata avanzata la proposta di introdurre un sistema a doppio turno, seguendo le osservazioni della Corte costituzionale, che aveva parzialmente respinta la legge elettorale detta Italicum, prevedendo il ballottaggio fra le due coalizioni in caso in cui nessuna di esse abbia raggiunto 40%+1 dei voti al primo turno. Tuttavia, basandoci sui dati che emergono oggi dai sondaggi, in realtà non ci sarebbe affatto bisogno di un secondo turno, perché probabilmente sia la coalizione di centro destra, sia quella di centrosinistra supererebbero entrambe la soglia del 40%. Sicché l’unica differenza di rilievo rispetto alla legge elettorale in vigore sarebbe che, mentre questa richiede accordi fra i partiti di ciascuna coalizione in ciascun collegio, l’Italicum costituzionalizzato eviterebbe questi faticosi accordi locali poiché il primo turno è proporzionale e l’accordo, consistente nel mantenimento della coalizione, sarebbe automatico al secondo. Ma poiché al secondo probabilmente non si arriverà e le coalizioni si presenteranno già al primo turno, la nuova legge non sembra di altra utilità, se non quella di evitare i patteggiamenti per la scelta dei candidati nei collegi. Considerando anche che sui risultati elettorali dei partiti al primo turno non si possono fare previsioni certe ed una vittoria dell’ala di destra radicale nazionalista sarebbe un grosso problema per la formazione del governo, se dovesse vincere il centro destra.

Si tenga conto del fatto che una legge del genere, un proporzionale di coalizione, se mai vi fosse accordo fra i maggiori partiti, ma non il M5S da sempre ostile a formule elettorali maggioritarie, troverebbe l’ostilità non solo del partito di Conte, ma anche quello dei centristi lasciando isolato il PD in accordo eventualmente con Salvini e Meloni. E forse a Letta non conviene. In un articolo sul tema della legge elettorale pubblicato da Paolo Mieli sul Corriere della sera del 21 ottobre si attira l’attenzione sul fatto che le coalizioni dovrebbero avere un candidato autentico e federatore come erano stati nel recente passato Berlusconi e Prodi. Il centro sinistra, se dovesse riuscire a costruire una coalizione larga con le forze centriste e il M5S di Conte, un possibile leader ce l’avrebbe forse nella figura dell’attuale segretario del PD.

Viceversa, nel centrodestra Berlusconi ha fatto terra bruciata dopo di sé, senza indicare un possibile federatore oltre a se stesso, anche se ora promette di indicarne uno la primavera prossima. Considerando i leader attualmente presenti sullo scenario politico e ricordando che il nostro paese fa parte dell’Unione europea, l’unico candidato di un qualche spessore e accettabile in tale prospettiva sembrerebbe oggi Giancarlo Giorgetti. Ma FdI, se mantenesse il suo peso elettorale nei sondaggi, difficilmente digerirebbe tale scelta.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino