Quella alle porte si preannuncia un’estate bollente tra concessioni delle spiagge in scadenza, rivolte degli imprenditori balneari e Comuni che gestiscono male (anzi non gestiscono proprio) le spiagge libere. È di questi giorni la discussione sulle scadenze delle concessioni che «continuano ad avere efficacia sino al termine previsto dal relativo titolo e comunque fino al 31 dicembre 2023 se il termine previsto è anteriore a tale data».

La durata non sarà «superiore a quanto necessario per garantire al concessionario l’ammortamento e l’equa remunerazione degli investimenti autorizzati» si legge nel testo. Quindi tra poco più di un anno è tutto da rifare. Chi vuole prendere in gestione un tratto di spiaggia dovrà partecipare nuovamente alle gare. Ma lo stesso non si potrebbe fare anche per le spiagge in gestione ai Comuni? Perché se i lidi privati della città, facendo pagare a caro prezzo lettini e servizi, riescono a garantire pulizia e sicurezza agli avventori, lo stesso non si può dire delle spiagge gestite da Palazzo San Giacomo. Il lido delle Monache, di cui il Riformista si è molto occupato in queste ultime settimane, è l’esempio lampante di una gestione pubblica fallimentare.

Su quel tratto di spiaggia, terra di nessuno, non sono garantiti servizi igienici, docce, sicurezza e una persona dedicata al salvataggio in mare. Certo il Comune non è tenuto a farlo ma anche i controlli che dovrebbe effettuare sono sempre più sporadici. Cioè, se in quel fazzoletto di terra bagnato dal mare di Posillipo dovesse mai verificarsi una tragedia non sapremmo neanche a chi dare la colpa. Autorità Portuale, palazzo San Giacomo, sarebbero tutti coinvolti e ugualmente colpevoli. La nonchalance con la quale il Comune non amministra adeguatamente le spiagge “libere”, in particolare questa oggetto di attenzione soprattutto dopo gli ultimi fatti di cronaca, è perché non ci sono normative a livello nazionale che impongano all’Ente di comportarsi in un certo modo e di rispettare, quindi, determinati standard di civiltà e sicurezza.

«È tutto rimesso alla responsabilità dei singoli Comuni – spiega Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale di Legambiente, e responsabile delle politiche climatiche e urbane – ogni ente si dà delle regole per la gestione delle spiagge. La normativa nazionale e tal volta regionale regola solo le concessioni ai privati». Il Comune quindi pur non essendo un privato dovrebbe comportarsi da tale perché ha comunque il dovere di gestire una parte di spiaggia che è un bene comune dei cittadini. E quindi, anche se la normativa regola le concessioni ai privati, quando l’Autorità dice al Comune che può prendere in gestione quel tratto di costa, il Comune deve comportarsi alla stregua di un imprenditore e fornire alla cittadinanza servizi adeguati.

Quali? Uno standard quantomeno minimo di civiltà e quindi bagni biologici, docce, un bagnino e un servizio di sicurezza, oltre a un kit medico per il primo soccorso. Anzi, dovrebbe farlo meglio di qualunque imprenditore visto che il compito dell’amministrazione comunale è la salvaguardia dei diritti dei cittadini che a loro volta hanno il dovere di agire in maniera civile quando abitano gli spazi della collettività. Qui il Comune, però, fa poco e niente. Ora qualcosa si sta muovendo perché i fatti sanguinosi di cronaca hanno imposto quantomeno una riflessione sulla situazione attuale delle spiagge cittadine. Ma non ovunque gli enti locali si comportano così.

«A Barcellona, per esempio, tutto il litorale è di competenza comunale – spiega Zanchini – lì non esistono spiagge date in concessione ai privati. È il comune che si occupa di gestirle e lo fa molto bene – aggiunge – ogni spiaggia ha dei chioschetti (sempre di proprietà del Comune) che forniscono ombrelloni, lettini e ristoro a chi ha voglia di pagare. Tutti gli altri, però, possono usufruire di spiagge pulite e attrezzate con i servizi igienici». Il modello Barcellona, quindi, è un esempio virtuoso di gestione pubblica delle spiagge ed è anche un metodo intelligente visto che i rispettivi comuni hanno anche delle entrate che poi possono utilizzare per garantire servizi migliori. Non si potrebbe fare lo stesso con Napoli? Non potrebbe il pubblico gestire bene la cosa pubblica? Dopotutto Napoli non è una città fuori dal mondo…

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.