C’è una realtà che rischia di essere irrimediabilmente travolta dal Coronavirus. Un contesto imprenditoriale giovane e reattivo, capace di investire in tecnologia e di offrire nuove visioni di sviluppo anche ad aziende oramai consolidate. Sono le start-up innovative che in Campania fanno segnare numeri importanti: circa mille imprese che proiettano Napoli al terzo e la regione al quarto posto della classifica delle località col maggior numero di società con questa particolare vocazione alla modernizzazione.

La crisi economica indotta dal Coronavirus rischia di essere fatale alle start-up per le quali il tempo rappresenta una variabile determinante. “Parliamo di imprese che cominciano l’attività con poche risorse – spiega Massimo Varrone, responsabile operativo dell’incubatore Campania New Steel che supporta le start-up nella gestione aziendale – Di conseguenza, per gran parte di esse, è impensabile operare sul mercato in una fase in cui nessuno compra”. In altri termini, molte start-up campane devono attendere tempi migliori e ciò fa correre loro il rischio di morire prima ancora di nascere. Non va meglio a quelle già attive sul mercato: in questo caso il calo del fatturato si aggira già intorno al 75 per cento. Le conseguenze di questa paralisi sono facilmente prevedibili.

Le start-up che non dovessero riuscire a superare questa fase critica potrebbero vedersi costrette a licenziare parte dei dipendenti o a troncare i rapporti con i collaboratori. Inoltre molte giovani imprese innovative potrebbero rinunciare all’accordo che, in cambio di un corrispettivo, consente loro di beneficiare del supporto di Campania New Steel. “Se si concretizzasse – aggiunge Varrone – questo scenario si tradurrebbe in una devastante perdita di potenziale imprenditoriale per la Campania, visto che le start-up in questione sono assai rapide e innovative”. I rischi riguardano tutte le imprese innovative sprovviste di una dotazione finanziaria che consenta loro di superare questo periodo di paralisi economica indotta dal Coronavirus. A cominciare da quelle che offrono beni e servizi all’industria, al momento ferma. Prospettive più incoraggianti, invece, per i giovani imprenditori che hanno deciso di impegnarsi nel settore della sanità, della comunicazione e della tecnologia. Anzi, per questi “capitani coraggiosi” la crisi rappresenta un’opportunità.

Ne è convinto Flavio Farroni, numero uno di Megaride, start-up nata quattro anni fa sotto l’egida dell’università Federico II e impegnata nello sviluppo di software attraverso i quali le grandi case automobilistiche effettuano le simulazioni necessarie per rendere le proprie vetture più performanti. “L’attuale fase di stasi – spiega Farroni – offre l’opportunità di dedicarsi alla ristrutturazione interna, allo sviluppo dello smart working e all’analisi di progetti finora accantonati”. A ben vedere, inoltre, la crisi potrebbe cambiare in meglio il paradigma operativo delle start-up. Finora, infatti, queste imprese hanno operato “investendo l’investibile”. La situazione attuale, con la crescente incertezza che la caratterizza, potrebbe indurre i titolari di start-up innovative a una nuova gestione di cassa: “Investimenti lievemente ridotti – aggiunge Farroni – e creazione di micro-accantonamenti che, nelle fasi di emergenza, garantiscano all’impresa di superare gli inattesi blocchi del mercato o della produzione”.

Nuovi paradigmi, nuove strategie e nuove visioni, dunque. Ma per uscire dalla crisi attuale servirà anche l’impegno delle istituzioni pubbliche. Se è vero che la Campania ha mostrato la tendenza a investire nel digitale, è altrettanto vero che il decreto “Cura Italia” ignora le start-up. Che cosa serve? Esenzioni fiscali e misure che garantiscano liquidità ai giovani imprenditori in prima linea sul fronte dell’innovazione. “Per una regione ‘digitale’ come la Campania – concludono Varrone e Farroni – la crisi è un’opportunità. Bisogna mettere le start-up in condizione di aprirsi al mercato in modo tale da garantire loro un vantaggio, quando la fase attuale sarà stata superata, rispetto a chi opera in contesti economici più tradizionali e meno orientati all’innovazione”.