Io non ho più certezze, ce le avevo quando mi hanno arrestato, ce le avevo l’anno scorso: ero un treno in corsa, sbriciolavo vite come il latte con i biscotti. Quelli come me non si fermavano con i ragionamenti. Servivano le manette o le pallottole. Così ho dato ragione a chi mi ha arrestato, ho tifato con chi mi ha condannato. E ho benedetto il vetro che al parlatoio, una volta al mese, mi ha diviso dal calore umano, la piccolezza della mia cella, il poco fiato dell’acqua nel rubinetto, l’asfissia del cubicolo, le parche parole dei due compagni due ore al giorno, gli occhi e le orecchie di telecamere e microfoni ogni minuto di ventiquattrore.

Ogni dolore che mi hanno inflitto era una medaglia che mi issavo in petto. L’ho meritato tutto l’orrore del carcere al 41. Certo, ogni ora, di ogni giorno, per venticinque anni. Da quando è cominciato il ventiseiesimo anno di galera mi è balenato in testa il pensiero di aver pagato il giusto, che se mi cacciassero fuori mi sentirei in pace con me stesso e con la società. Starei buono, davvero, cercando di utilizzare al meglio i rimasugli di vita che ancora mi scuotono. E ora mi passa in testa che anche se non sono buono, e non sono il dato fisiologico degli errori giudiziari, forse neanche quelli che mi fanno questo siano perfettamente buoni.