«Servono norme chiare, soprattutto per quanto riguarda l’abuso d’ufficio, e una legge a sostegno degli oltre 300 Comuni in dissesto o in predissesto: solo così si potrà arrestare la fuga dalla carica di sindaco alla quale stiamo assistendo in queste settimane»: ne è convinto Antonio Decaro, primo cittadino di Bari e presidente nazionale dell’Anci, che sottolinea la necessità di riforme anche per gli enti locali e territoriali.

Sindaco, il governo Draghi ha assegnato 500 milioni ai Comuni in crisi finanziaria e posticipato il termine per la presentazione dei bilanci: basterà a salvare le amministrazioni?
«Le misure contenute nel decreto Sostegni bis alleviano soltanto le sofferenze di molte amministrazioni. Diciamoci la verità, il governo Draghi ha preso tempo in attesa di trovare una soluzione definitiva al problema creato dalla sentenza con cui la Corte Costituzionale ha chiarito che i Comuni non possono spalmare il deficit extra in 30 anni. Nel 2015 fu lo Stato a emanare la norma che ora la Consulta ha bocciato. Dunque è lo Stato che adesso deve rimediare».

In che modo?
«Accollandosi una parte del debito delle amministrazioni comunali o consentendo a queste ultime di spalmare il debito in altro modo. I Comuni non sono aziende private: se vanno in dissesto, i servizi ai cittadini finiscono per essere azzerati. E ciò non deve accadere».

Antonio Bassolino è convinto che si possa amministrare una città in dissesto; Gaetano Manfredi lo esclude. Chi ha ragione?
«Entrambi. Si può governare un ente in dissesto, ma bisogna considerare gli obiettivi. Se ci si vuole limitare a risanare i conti, ha ragione Bassolino. Se si vogliono riqualificare le periferie e potenziare i servizi ai cittadini, invece, la posizione di Manfredi diventa condivisibile. Ma scommetto che tutto ciò sia chiaro a Bassolino che è stato un grande sindaco e presidente della Regione anche in virtù delle notevoli risorse a sua disposizione».

Perché Manfredi, così come Albertini a Milano e Bertolaso a Roma, sembra “fuggire” dalla candidatura a sindaco?
«Fare il sindaco è un’esperienza stupenda perché consente di custodire le aspirazioni dei cittadini, ma comporta anche molte responsabilità. Può capitarti di finire sotto inchiesta per un’alluvione, un corteo o per un banale atto firmato o non firmato. Anzi, a qualche collega è stato contestato il falso il bilancio solo perché aveva tentato, nel rispetto della legge, di risanare i conti del proprio Comune. Senza dimenticare che, pur essendo “il terminale più esposto della Repubblica”, il sindaco non si può candidare al Parlamento e rischia una sospensione di 18 mesi se condannato in primo grado per abuso d’ufficio. E non va sottovalutato un aspetto: i colleghi che amministrano i Comuni con meno di 5mila abitanti percepiscono un emolumento inferiore al reddito di cittadinanza».

Quali sono le riforme strutturali necessarie, allora?
«Innanzitutto va cambiata la norma sull’abuso d’ufficio. I contorni di questo reato vanno definiti in modo più preciso. Non chiedo una depenalizzazione e una conseguente deresponsabilizzazione dei sindaci, ma solo di evitare che un amministratore sia messo alla gogna e un ente paralizzato per colpa di un reato la cui sussistenza, alla fine, viene quasi sempre esclusa. E poi serve una norma che aiuti i Comuni a uscire dalle sofferenze economiche legate a debiti pregressi: è necessario, se vogliamo scongiurare il blocco dei servizi».

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.