Se c’è una scienza che può aiutare a capire meglio dove va il mondo, questa scienza è la demografia. E di questa scienza il professor Massimo Livi Bacci è un’autorità assoluta. Docente di Demografia alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze, dal 1973 al 1993, Livi Bacci è stato segretario generale e presidente della International Union for the Scientific Study of Population (IUSPP), società scientifica di studi demografi ci nota in tutto il mondo, di cui è poi divenuto presidente onorario.

Alla fine del 2021, le persone in fuga da guerre, violenze, persecuzioni e violazioni di diritti umani risultavano essere 89,3 milioni, un aumento dell’8 per cento rispetto all’anno precedente e ben oltre il doppio rispetto al dato registrato 10 anni fa, secondo il rapporto statistico annuale dell’Unhcr Global Trends. Da allora, l’invasione russa dell’Ucraina – che ha causato uno degli esodi forzati di più ampia portata e quello in più rapida espansione dalla Seconda Guerra Mondiale – e altre emergenze, dall’Africa all’Afghanistan ad altre aree del mondo, hanno portato la cifra a superare la drammatica soglia dei 100 milioni. Professor Livi Bacci, che mondo è questo?

Un brutto mondo, e non vale dire che le migrazioni forzate sono una costante che accompagna da secoli l’umanità. O che nel decennio che abbraccia la seconda guerra mondiale, esse furono, proporzionalmente, maggiori di quelle di oggi. È vero che la guerra sconvolge l’Ucraina e lo Yemen, ma non c’è una guerra planetaria come quella, o quelle, del secolo scorso. C’è un mondo interconnesso, c’è una rete sempre più densa di rapporti internazionali culturali, sociali e personali – prima, e oltre – di
quelli economici. Ci sono istituzioni internazionali preposte a prevenire o sopire i conflitti, e che si occupano di salute, cultura, giustizia, economia, fi nanza… Ma tutto questo non basta, di fronte alla violenza – che oggi ha una potenza d’urto incomparabilmente più forte che in passato – questa rete, questa diga, di buoni rapporti individuali, collettivi e istituzionali si sbriciola. I deboli, i vulnerabili, gli sfortunati vengono tutti travolti. Le basi dell’ordine internazionale si rivelano fragili e impotenti.

La guerra in Ucraina ha creato empatia e anche solidarietà in Europa. Empatia e solidarietà che continuano a mancare per la moltitudine di disperati, non ucraini, che fuggono da guerre “dimenticate”, da violenze, povertà, disastri ambientali, molti dei quali continuano a morire affogati nel Mediterraneo. Cos’è: una gerarchizzazione delle tragedie, per cui esistono migranti di serie A e quelli di categorie neanche classificabili?

Sì, è così, e ce ne sono anche di serie C, o inferiori. Si pensi al milione di Rohingya scacciati da Myanmar, e non accolti dal Bangladesh, che vivono ammassati in un distretto di confine, senza patria, senza status giuridico, abbandonati (o quasi) dalle istituzioni internazionali impotenti a intervenire. Analoghe, e perfino peggiori, situazioni esistono in Africa. Tuttavia farei una distinzione semantica, per me fondamentale: non di migranti si tratta, ma di profughi o rifugiati. Il migrante, anche quando è spinto dalla estrema miseria, ha pur sempre la difficile opzione di non partire: c’è pur sempre un elemento di volontarietà, e di scelta, nel suo spostamento. Il profugo dalla violenza non ha questa opzione. La linea è sottile, ma la distinzione va mantenuta, se non vogliamo mischiare situazioni del tutto diverse. Le spinte a migrare possono essere attenuate dallo sviluppo, dalla lotta alla povertà. I profughi possono essere salvati solo da scelte politiche, dai negoziati internazionali o dalla forza di dissuasione messe in atto da coalizioni di paesi. Tornando alla domanda, c’è una discussione assai vivace in Germania (e non solo) sulla situazione “privilegiata” (un vocabolo paradossale, in questo contesto, lo so bene!) dei nuovi rifugiati dall’Ucraina. Edith Pichler, sulla nostra rivista online Neodemos, ha scritto di profughi di “prima” e di “seconda” classe, a proposito degli Ucraini (Gli Ucraini in Germania: profughi di “prima” o “seconda classe?”) e dei Siriani accolti nel 2015. La politica, anche quando bene intenzionata, non sempre fa rima con giustizia.

Non crede che il vero salto di mentalità, oltre che di politiche attive, sia quello di passare dalla solidarietà all’inclusione?

La distinzione tra i due termini non è facile. Ma forse si può ragionare considerando “solidarietà” ciò che si sta facendo oggi, per esempio in Europa, per rendere meno amara la vita ai profughi. Pensando che si tratti di superare una fase critica, trascorsa la quale gran parte dei profughi sia indotta a rientrare in patria. Così come accaduto con i profughi della guerra in Iugoslavia negli anni ’90. Le politiche attive, come la domanda suggerisce, debbono essere quindi finalizzate a rendere possibile un ritorno alla normalità nella località di origine o comunque nello stato di appartenenza. Naturalmente, anche in questo caso, le distinzioni semantiche sono sottili e a volte evanescenti: non saranno pochi i profughi che poi decideranno di rimanere in Germania, o in Italia, o altrove, e verso i quali andranno indirizzate le politiche di inclusione. Per quanto riguarda queste ultime, tutti sappiamo in cosa consistano: abitazione, lavoro, salute, lingua, scuola…e tanta tolleranza, non avvelenata da pregiudizi ideologici strumentali attizzati da coloro (non solo politici) che hanno posizioni di preminenza (a vari livelli) nella società. Naturalmente – e qui mi riferisco al caso italiano in particolare – occorre mettere a disposizione le risorse necessarie: l’inclusione dei migranti ha ottimi ritorni economici, ma ha bisogno di investimenti adeguati e rilevanti. Infine, le politiche dell’inclusione devono prendere in seria considerazione gli effetti negativi che una massiccia immigrazione (e nei prossimi decenni si profi la tale) esercita sulle popolazioni locali, per la competizione nei servizi, sul mercato immobiliare, nell’uso di spazpubblici, e via dicendo. Questa è un termine dell’equazione “inclusione” spesso trascurato.

Che Europa è quella che continua a litigare sulle quote d’accoglienza e che ha come finalità costante l’esternalizzazione delle frontiere, anche se questo significa finanziare “Gendarmi” che fanno scempio di diritti e di vite umane?

Si tratta, sicuramente, di uno dei punti di maggiore debolezza del progetto europeo. Nonostante le petizioni di principio, l’Europa manca di una politica sull’ammissione di migranti sul proprio territorio (ogni paese è autonomo, ci sono quindi 27 politiche diverse), è debole per quanto riguarda la cooperazione allo sviluppo, ha una politica estera sottomessa agli interessi dei paesi che la compongono. Sul fronte dell’immigrazione, fino a ieri (cioè fino al 24 febbraio scorso), le divisioni erano profonde, e non solo per le posizioni ostili all’immigrazione dei paesi di Visegrad, e per il loro rifiuto di ogni condivisione degli oneri derivanti dall’immigrazione irregolare. Vedremo se il capovolgimento della situazione, con i milioni di rifugiati Ucraini entrati nell’Europa orientale (accolti con l’utilizzo di fondi europei) costringerà questi paesi a
un cambio di politica. Quanto all’esternalizzazione delle frontiere (e ai muri invalicabili di cui si contorna l’Europa) sono la conseguenza della debolezza delle politiche di cooperazione e della fragilità dell’ordine internazionale.

Lei in passato ha fatto anche una importante esperienza parlamentare. Le chiedo: ma sui temi a lei più cari, c’è ancora vita, e pensiero, a sinistra?

Più che di temi a me cari, parlerei di temi centrali nel mio campo di studi. Mi incoraggia la (timida) svolta in tema di natalità – in situazione di siccità peggiore di quella del Po – con l’approvazione dell’assegno unico per i fi gli e la volontà di rafforzare il welfare familiare. Negli anni ’60, quando ho iniziato la mia carriera universitaria, gli studi di popolazione e di demografi a erano considerati con sospetto, e chi li praticava era in sospetto di simpatie ultraconservatrici (se non fasciste…), oppure ultracattoliche in senso fondamentalista. Naturalmente le cose sono cambiate, ma ci sono voluti decenni. Penso che la sinistra debba elaborare e raffinare un’idea di welfare che parta
dalla considerazione fondamentale che le società si rinnovano biologicamente (natalità) e socialmente (immigrazione). In Europa, nell’ultimo ventennio, un quinto del rinnovo (o ricambio) sociale è avvenuto tramite l’immigrazione; in Italia ancora di più. Dal punto di vista sociale, l’immigrato è come un bambino adottato, non di qualche mese di età, ma di 20, 25 o 30 anni. Quando si parla di immigrazione la sinistra (di governo) è timorosa: il caso tipico è stata la ritirata vergognosa a fronte del Ddl sullo Ius soli-Ius scholae, che aveva ottenuto a vele spiegate l’approvazione della Camera, ma che venne accantonato in Senato in vista delle elezioni del 2018, per la paura di perdere voti. Di fronte al tema dell’immigrazione che – se il Paese vuole sopravvivere – continuerà ad affluire copiosa nei prossimi decenni, la sinistra deve affrontare il tema a viso aperto, sfidando i fondamentalismi di sinistra e quelli, molto più radicati, irragionevoli e velenosi, della destra.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.