La zona tra Turchia e Siria, a livello sismico, è una delle più pericolose di tutto il mediterraneo. Lo sanno bene gli scienziati che da anni tengono d’occhio quell’incrocio di zolle che spingendo accumula sempre più energia che richiede tempo per essere liberata. Ed è questo il motivo per cui dal momento del terremoto domenica notte si sono susseguite numerose scosse di assestamento. “La situazione sismica in Turchia e in Siria continua ad essere critica. La scossa di lunedì con magnitudo 7.5 sulla placca anatolica (che ha provocato, secondo l’ultimo bilancio oltre 11mila morti in Turchia e Siria) si è distribuita per circa cento chilometri nella direzione est-ovest e nella zona centrale ha mostrato, sia pure in un’area limitata, uno spostamento di dieci metri”, ha detto Alessandro Amato, dirigente di ricerca all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), intervistato dal Corriere della Sera.

“Del resto la placca anatolica si muove due centimetri all’anno rispetto alla placca arabica e le forze in gioco alimentano l’accumulo di energia — aggiunge —. Si cerca di studiare l’andamento del fenomeno con i modelli teorici di trasferimento di stress, ma i risultati non aiutano a decifrare bene ciò che potrebbe accadere nel sottosuolo. Certo negli ultimi anni esaminando i dati storici e valutando con nuovi strumenti come i satelliti le deformazioni dei suoli abbiamo maggiore conoscenza. Possiamo quindi migliorare la prevenzione mentre la previsione resta impossibile”.

Perché la zona è particolarmente fragile da questo punto di vista? “È un Paese vulnerabile ai terremoti trovandosi al crocicchio di tre grandi placche in continuo movimento” precisa Aybige Akinci, sismologa turca ora ricercatrice all’Ingv ma impegnata anche in progetti in collaborazione con i colleghi in Turchia. “Negli ultimi vent’anni — prosegue la scienziata — tre sismi oltre i sette gradi della scala Richter certificano un territorio che per il 90 per cento è ad alta sismicità e uno dei più attivi del Mediterraneo e del mondo”. “Si stima che siano circa 400 le faglie attive, alcune giudicate più pericolose come quella ben nota a sud di Istanbul, poco distante dalla città, per la quale i dati raccolti ci dicono che un giorno si romperà generando un serio terremoto”. Gli scienziati guardano con preoccupazione a un altro grande terremoto, quello del 1939. Fu un sisma di magnitudo 7.8, come quello di lunedì, colpì Erzican nella Turchia orientale provocando l’imponente numero di 33 mila vittime mentre la città fu quasi rasa al suolo. Dopo quell’evento iniziarono una serie di terremoti violenti che durarono per 60 anni per la rottura della faglia nell’Anatolia settentrionale per oltre mille chilometri.

“Le ricerche mostrano che la distribuzione delle faglie nell’Anatolia sono regolari mentre in Italia sono più complesse. Ciò significa che si può capire più facilmente la distribuzione delle forze e l’effetto domino che si può generare nei territori circostanti. Per questa ragione si guarda con apprensione alla faglia a soli 20 chilometri da Istanbul lungo la quale sono già avvenuti nel tempo 12 terremoti e dove la gente vive in una condizione ad alto rischio aspettando un Big One come in California”. Se le previsioni restano purtroppo impossibili, un’analisi della situazione può fornire qualche indizio sull’evoluzione del fenomeno. “L’intensità delle scosse che continuano suggeriscono che l’attività sismica proseguirà. Non è irragionevole pensare a una continuazione per giorni o settimane o forse qualche mese”.

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Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.