Puntuale come una tassa, torna la patrimoniale. Quando mancano idee, riforme e coraggio politico, riaffiora la più antica delle tentazioni: prelevare ancora qualcosa a chi produce, risparmia, investe e già sopporta uno dei carichi fiscali più gravosi d’Europa. A rilanciarla è quella parte della politica che preferisce inseguire la redistribuzione della ricchezza anziché interrogarsi sulle ragioni che impediscono di crearne di nuova. Gli stessi che hanno assistito al progressivo impoverimento del sistema educativo, alla stagnazione della produttività, ai ritardi infrastrutturali, alla fragilità energetica e all’espansione di una burocrazia che soffoca cittadini e imprese.

Il bersaglio reale è il ceto medio

L’Italia non soffre per scarsità di tasse. Ne soffre per eccesso. La pressione fiscale supera il 42% del Pil e grava su chi le imposte le versa realmente. I dati mostrano che poco più del 13% dei contribuenti sostiene oltre il 60% del gettito Irpef. Altro che caccia ai super ricchi: il bersaglio reale è un ceto medio sempre più spremuto e sempre meno rappresentato. Eppure si continua a parlare come se il problema fosse l’insufficienza del prelievo fiscale. La patrimoniale, in realtà, esiste già. Colpisce il patrimonio immobiliare attraverso Imu, imposte di registro, successioni e una pluralità di tributi locali. Lo Stato tassa il reddito quando viene prodotto, lo ritassa quando viene accantonato e lo colpisce nuovamente quando viene investito. La sanità – tra gli altri servizi – arretrano, e i cittadini sono costretti a pagare due volte: prima come contribuenti, poi come utenti. Quando i bilanci regionali entrano in affanno per cattiva programmazione, clientele, inefficienze e controlli inadeguati, la risposta è quasi sempre la stessa: aumentare le imposte.

L’addizionale Irpef

Molte Regioni applicano l’addizionale Irpef fino all’aliquota massima del 3,3%, e si somma a quelle comunali e nazionali. Eppure raramente si rendono conto ai cittadini delle risorse incassate, dei risultati ottenuti e delle ragioni che giustificano nuovi sacrifici fiscali. Nel frattempo proliferano enti, incarichi, consulenze, sottosegretari regionali e nuove figure politiche. Lo Stato viene replicato nelle Regioni, le strutture si duplicano e il contribuente finanzia entrambe. Il regionalismo avrebbe dovuto avvicinare le istituzioni ai cittadini. Troppo spesso ha prodotto sovrapposizioni di competenze, conflitti con lo Stato centrale, crescita della spesa pubblica e risultati modesti. Sono aumentati i centri decisionali, non la qualità delle decisioni.

La classe dirigente che continua a chiedere sacrifici

La verità è che il clamore sulla patrimoniale serve spesso a nascondere altro: inefficienze, sprechi, tasse occulte e risorse sottratte allo sviluppo, al welfare e all’assistenza. Serve a evitare un confronto serio sulle responsabilità di una classe dirigente che continua a chiedere sacrifici senza rendere conto dei risultati. I diritti dei contribuenti restano il grande tema rimosso del dibattito pubblico. Di tutto si discute, tranne che dell’efficacia della spesa e della qualità dell’amministrazione.