L’era Trump volge al termine, ma la guerra commerciale degli Usa contro la Cina – avviata sotto la sua presidenza – continuerà. Il presidente eletto Joe Biden conferma che non farà alcuna “mossa immediata” per revocare i dazi imposti dall’amministrazione Trump sulle importazioni di merci cinesi prima di una revisione completa degli accordi commerciali vigenti. In una recente intervista al New York Times, Biden ha chiamato a raccolta gli alleati tradizionali degli Stati Uniti in Asia e in Europa e annuncia una reazione alle «pratiche abusive della Cina»: il furto di proprietà intellettuale, le sovvenzioni illegali alle società, i trasferimenti tecnologici forzati.

Durante il suo mandato, Trump ha imposto tariffe su 370 miliardi di prodotti cinesi, a partire dalla metà del 2018. Nel gennaio 2020, le due parti hanno raggiunto una tregua con l’accordo commerciale della Fase 1, che ha congelato gli aumenti tariffari e impegnato la Cina a effettuare acquisti aggiuntivi per 200 miliardi di dollari dagli Stati Uniti entro il 2021. La Cina non ha ancora adempiuto agli impegni di acquisto previsti dall’accordo. Secondo un rapporto di novembre del Peterson Institute for International Economics (Piie), da gennaio a ottobre di quest’anno, la Cina ha importato solo il 55% dei prodotti coperti dall’accordo per un totale di 75,5 miliardi di dollari (rispetto a un obiettivo di 137,3 miliardi).

In ottobre, ricorda Cissy Zhou del South China Morning Post, «il surplus commerciale della Cina con gli Stati Uniti è cresciuto del 18,7% rispetto all’anno precedente a 31,35 miliardi di dollari, in parte per l’aumento delle importazioni statunitensi di forniture utilizzate per combattere l’epidemia di Coronavirus, in parte per l’acquisto di apparecchiature elettroniche necessarie per supportare l’home working». Che cosa possiamo aspettarci adesso da Biden?

Il presidente eletto appare certamente come un moderato – cosa che ha permesso a Trump, durante la campagna elettorale, di etichettarlo come un leader troppo debole nei confronti della Cina – ma gli analisti non si aspettano passi indietro sostanziali rispetto alle recenti politiche americane: cercare di rinegoziare l’accordo commerciale a breve termine sarebbe per Pechino un pio desiderio. Anche perché qualsiasi mossa del genere convaliderebbe le affermazioni di Trump secondo cui Biden era morbido con la Cina.

«Un’amministrazione Biden avrebbe bisogno di ridefinire la strategia cinese su molti livelli, inclusa la definizione di un approccio più coerente al decoupling, o al disimpegno prudente, che le aziende e gli alleati statunitensi capiscono», affermano gli analisti della società di consulenza indipendente Rhodium Group. «Dovrebbe scegliere gli elementi dell’approccio di Trump che hanno funzionato, eliminare quelli che non hanno funzionato e riformulare la narrativa Usa-Cina». Bisogna infatti ricordare che la guerra commerciale di Trump è stata in gran parte una risposta all’ambizioso programma cinese “Made in China 2025” che ha l’obiettivo di rendere la Cina un leader nella tecnologia avanzata, sostituendo proprio gli Stati Uniti. «Una componente chiave di questa strategia – ricorda Eamon Barrett di Fortune – è il requisito che le aziende straniere trasferiscano tecnologia e know-how a partner locali in Cina in cambio dell’accesso al redditizio mercato cinese.

Nonostante i negoziatori dell’amministrazione Trump abbiano spinto la Cina ad abbandonare questa politica di trasferimenti tecnologici forzati, la Cina stessa si è dimostrata inflessibile. E così l’attenzione si è spostata per garantire una spinta alle esportazioni statunitensi». Ma la tattica protezionistica di Trump non convince gli economisti. Questo perché le aziende statunitensi hanno subito i costi dei dazi, sborsando circa 46 miliardi di dollari entro la fine del 2019. Secondo Bloomberg Economics la guerra commerciale sottrarrà 316 miliardi di dollari all’economia statunitense entro la fine del 2020.

Per contrastare l’avanzata della Cina, Biden ha proposto un fondo Innovate in America da 300 miliardi di dollari per sostenere la ricerca e lo sviluppo negli Stati Uniti. Accanto agli investimenti sull’innovazione Biden propone un fondo Buy American da 400 miliardi di dollari per sostenere l’acquisto di beni domestici. «Prese insieme, le due politiche cercano di mantenere in casa la produzione di forniture strategiche e di alto valore, come apparecchiature mediche, hardware per le telecomunicazioni 5G e veicoli elettrici, in modo che gli Stati Uniti non dipendano dalla Cina”, spiega Eamon Barrett di Fortune. Non tutti pensano che funzionerà. Daniel Rosen, uno dei partner fondatori di Rhodium Group, ha scritto ad agosto che l’esperienza sia della Cina che degli Stati Uniti mostra che enormi finanziamenti federali possono essere un mezzo “controproducente” per stimolare l’innovazione.

“Solo perché ora vorremmo aver coltivato un’industria delle telecomunicazioni 5G indigena non significa che gli interventi pubblici ci avrebbero permesso di farlo», scrive Rosen. Nell’intervista al New York Times, Biden afferma pure che gli Stati Uniti non hanno ancora la “leva” per affrontare la seconda economia mondiale, quindi è necessario un consenso bipartisan a casa per una politica industriale americana. Promette di aumentare gli investimenti guidati dal governo in ricerca e sviluppo, infrastrutture e istruzione per competere meglio con la Cina. Ma la componente di finanziamento interno della politica commerciale di Biden sarà soggetta all’approvazione del Congresso, con il Senato che potrebbe essere controllato dai repubblicani.

Così, se Biden non fosse in grado di raccogliere il sostegno del Congresso per i suoi piani di rafforzamento dell’industria nazionale, potrebbe continuare proprio le politiche più protezionistiche di Trump. Usando gli ordini esecutivi e aggirando il Congresso, proprio come il suo predecessore. Ma c’è un’altra ipotesi: che il consenso bipartisan generale di Washington sulla necessità di affrontare Pechino possa sfociare in un accordo, soprattutto nei settori della scienza e della tecnologia.

«Il Congresso – ricorda Cissy Zhou – ha proposto una serie di progetti di legge volti a preservare il vantaggio tecnologico dell’America. La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti voterà su un disegno di legge che potrebbe minacciare il futuro delle società cinesi quotate nelle borse statunitensi, richiedendo loro di conformarsi ai principi contabili statunitensi e di dimostrare che non sono sotto il controllo del governo». Mentre si definiscono gli equilibri interni ai poteri costituzionali americani, c’è almeno una certezza: la partita tra Cina e Stati Uniti segnerà profondamente l’era Biden.