Travaglio ordina alle toghe di colpire Renzi e di tutelare i pm di Firenze. E L’Anm scatta sull’attenti. Povero sindacato dei magistrati, come è malridotto. Orfano del navigatore Palamara, cacciato dopo esser stato riverito e usato, orbo dell’agitatore Davigo che ha lottato più di un qualunque Trump per rimanere al proprio posto. Oggi l’Anm si è chinata e fatta giunco (in attesa che passi la tempesta), e prende ordini da Marcolino. Si, proprio lui, Marco Travaglio. Il primo dei magistrati che si è svegliato ieri mattina, magari proprio il presidente, il creativo Luca Poniz, ha letto l’editoriale del direttore del Fatto, poi qualcuno ha preso carta e penna e alle 11,53 ha emesso il comunicato contro Matteo Renzi e a tutela dei pubblici ministeri di Firenze che stanno indagando sulla Fondazione Open e sul segretario di Italia Viva per finanziamento illecito ai partiti. Lui dà le direttive, loro eseguono.

Marcolino, con il consueto sarcasmo di chi non sa usare l’ironia, aveva dato una bella strigliata. Puntando alto, ché il ragazzo non conosce limiti. Ussignur, si dice a Milano, mancava solo il Papa. Le aveva cantate al Presidente della repubblica, al Consiglio superiore della magistratura e al sindacato delle toghe, accusandoli di non aver mobilitato la contraerea contro Matteo Renzi. Quello che lui chiama “l’Innominabile” per avere la scusa di nominarlo tutti i giorni. Per negargli persino il diritto di parola, e anche quello di difendersi. “Nel” o “dal” processo, stucchevole domanda retorica della sinistra forcaiola, che importanza ha? Insigni giuristi hanno detto che il processo in sé è già una pena, che male c’è a cercare di evitarla?

Fatto sta che Marcolino è indignato perché nessuna istituzione è partita lancia in resta a difendere i pubblici ministeri di Firenze cui Renzi rimprovera di non aver neppure letto i provvedimenti della Cassazione, che aveva esplicitamente detto come, per sostenere che una Fondazione altro non è che la longa manus di un partito, occorre che tra i due organismi ci sia una vera simbiosi. Non solo affinità di pensiero o di ideologia, ma proprio una convivenza, almeno una notte d’amore, se così si può dire in termini non magistrateschi. Mi tocca (e mi scoccia) citare un’intera frase della prosa travagliesca, perché è un vero ordine di servizio: “Secondo voi cos’hanno fatto o detto il Quirinale, il Csm o l’Anm, giustamente prodighi di pratiche a tutela e note di solidarietà ai pm insultati e calunniati da B. e Salvini? Ve lo dico io: nulla”.  Vuole la frusta per tutti. Dà ordini a Mattarella, nella sua veste di presidente del Csm, supponiamo, perché apra una “pratica a tutela” dei due pm fiorentini, il che significa semplicemente che vuol far processare Renzi due volte, una nella sua città d’origine e l’altra in quella in cui vive da parlamentare. Significativo il fatto che Marcolino colga l’occasione per mandare un pensiero gentile nei confronti di Berlusconi, il B. come beffarda fu l’imperdibile immagine di quella sedia spolverata con il fazzoletto bianco dove Marcolino si era seduto prima di Silvio.

Imperdibile e indimenticabile visione, che a qualcuno è rimasta in gola come un nocciolino che abbia sbagliato strada. Il direttore del Fatto crede che il sindacato dei magistrati sia intimidito da Renzi, o ne sia condizionato perché è un uomo di sinistra. E che il Csm a presidenza David Ermini non intervenga per lo stesso motivo. La verità è un’altra, è che i tempi sono cambiati, siamo al dopo-Palamara e sarà bene che ne prendano atto anche i giapponesi che continuano a combattere nella foresta vent’anni dopo la fine della guerra. In ogni caso, un po’ stancamente, alle 11,53 gli uomini del sindacato delle toghe hanno inviato il loro comunicato. Persino il linguaggio è stanco, vetusto. Ci risiamo con la “delegittimazione” della magistratura. Che cosa vuol dire? Che io posso dire qualunque cosa, qualunque insulto per esempio a un politico ma non a un magistrato? Qualcuno forse ricorderà, anche se è storia ormai lontana, di quando il procuratore Borrelli diede dell’ubriacone al ministro guardasigilli Alfredo Biondi, dicendo testualmente che qualunque parola da lui pronunciata dopo le cinque della sera non andava presa sul serio perché frutto del suo stato di ebbrezza. Forse che il Parlamento o la presidenza del consiglio avrebbero dovuto aprire una “pratica a tutela”?

La dichiarazione del Comitato Direttivo Centrale del sindacato magistrati pare quasi un’implorazione, come fosse stata scritta da qualcuno in crisi di pianto. Oltre alla solita tiritera sul reato (o peccato) di “delegittimazione”, mette in guardia dal pericolo di “creare un clima di avversione nei confronti dei singoli magistrati e di confondere l’opinione pubblica”. Ben altri toni, ben altre minacce si sono sentiti in altri tempi, fin dagli strali nei confronti di Bettino Craxi per arrivare a Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Perché il problema è che oggi è in discussione l’identità stessa della magistratura. Luca Palamara, senza prevederlo né volerlo, ha svolto un’attività maieutica nei confronti dei suoi colleghi. Ha consentito, con la complicità del suo telefono reso ignudo dal maledetto trojan, che emergesse il ruolo politico ormai privo di etica di una casta totalmente oscillante tra carriera e ideologia. I cittadini non hanno una grande fiducia nella magistratura, oggi, proprio come ai tempi del processo a Enzo Tortora.

Non distinguendo in genere tra rappresentanti dell’accusa e giudici, si aspettano da tutte le toghe l’imparzialità. E non ci credono più, perché vorrebbero il magistrato lontano dalla politica, dalle sue correnti, i suoi intrighi. E sanno che nei confronti degli esponenti della politica la terzietà scende sotto le suole delle scarpe. Ecco perché, quando Matteo Renzi dice che si sente oggetto di eccessive attenzioni da parte dei pubblici ministeri di Firenze, che gli paiono persino ossessionati dalla sua persona, non si muove foglia in loro difesa. E si deve scatenare Travaglio perché almeno il sindacato dei magistrati sia costretto a scendere in campo per legittimare e ricucire la reputazione delle toghe strappate. Dal vento, che forse sta cambiando. Sarebbe il momento di un nuovo referendum.