Fuori uno dentro un altro. Esce Maroni entra Renzi. Anche se, nella roulette russa dei processi politici degli anni duemila, le cose finiscono in genere in modo molto più favorevole per gli imputati rispetto ai drammi dei tempi di Mani Pulite. Non solo perché non ci sono più suicidi (tanti) né condanne (poche), ma soprattutto perché la gogna mediatica è ormai improponibile. Finiti i girotondi, messi in naftalina governativa i grillini, mancano i soggetti usi ad alzare le forche. Rimane Marcolino, sempre più triste e solo.

Ma soprattutto siamo nella fase (provvisoria, temo) in cui gli avvisi di garanzia, e persino qualche sporadico arresto dei politici, vengono accolti con scrollate di spalle. E la mitica “fiducia nella magistratura” cui si appellano ipocritamente (ma sempre meno) gli stessi uomini di partito, è crollata sotto zero. È un po’ quello che era successo dopo lo scandalo violento della vicenda di Enzo Tortora e del referendum che ne seguì nel 1987, quando oltre l’ottanta per cento degli elettori votò per la responsabilità civile dei magistrati. Risultato vanificato dall’inutile legge che ne seguì e che consentì, pochissimi anni dopo, il massacro politico e partitico di Tangentopoli. Con la coda della vera persecuzione personale nei confronti di Silvio Berlusconi.

Negli anni duemila si preferiscono operazioni chirurgiche, dentro uno fuori un altro, fuori uno dentro un altro. Spesso nascono vere coppie di fatto, formate da un politico e un pubblico ministero. Quello di Renzi (che lui definisce “un affetto stabile”) gli ha ronzato intorno per un po’, genitori, cognati, amici e sostenitori, prima di affondare il pungiglione su di lui. Quello di Maroni si è addirittura spostato da una città all’altra, sempre rimanendo in simbiosi con lui. Ed è finita che l’imputato si è sottratto e l’incanto si è rotto. Perché se cessa la convivenza non c’è più la coppia di fatto. Il rapporto di Matteo Renzi con la giustizia è sempre stato un po’ complicato, ambiguo soprattutto. Ha avuto la sofferenza più grande con le indagini e gli arresti dei suoi genitori. Con alle spalle quella pagina brutta. Quella sua fretta, da segretario del Pd, di spingere i suoi a buttare Berlusconi fuori dal Senato. Ma non tutte le pagine successive furono così, con qualche generosità anche nei confronti degli avversari politici. E qualche battuta coraggiosa, “brr, che paura”, mentre i magistrati protestavano perché lui da presidente del consiglio voleva loro tagliare le ferie.

Roberto Maroni è di tendenza garantistica, ma la pagina nera alle spalle l’ha anche lui, e si chiama “decreto Biondi”, Biondi-Maroni alle origini, in realtà. Finché lui, ministro degli interni nel 1994 nel primo sfortunato governo Berlusconi, non fece il famoso “disconoscimento di paternità” (copyright Biondi). Era un provvedimento di riequilibrio sulla custodia cautelare, su cui Bobo era assolutamente d’accordo, ma che lo fece retrocedere dopo la sceneggiata del pool in tv. Matteo Renzi è entrato nel registro degli indagati proprio mentre Maroni ne è uscito. Il leader di Italia Viva ha ricevuto nei giorni scorsi un’informazione di garanzia e una convocazione dai magistrati per il prossimo 24 novembre. Il capo d’imputazione è finanziamento illecito ai partiti. In particolare Renzi dovrà spiegare come mai negli anni tra il 2012 e il 2018 la Fondazione Open abbia raccolto, grazie al sostegno e alla generosità di una trentina di imprenditori, 7 milioni e duecentomila euro. Il pubblico ministero ritiene che questo sia stato un modo obliquo di finanziare il Partito democratico. E poco sembra importare il fatto che in modo molto esplicito la Corte di cassazione abbia affermato il contrario.

Matteo è furibondo con il pubblico ministero, crede che sia “ossessionato” dalla sua persona. Non ha ancora imparato, dalla storia del nostro circo giudiziario, che non tutti i giudici sono come quelli della cassazione che gli hanno dato un chiarimento così favorevole. Ci sono anche quelli che si appiattiscono sulla prima accusa. Ne sa qualcosa Bobo Maroni (e con lui tanti altri), che si è visto confermare l’ipotesi del pm da un gip e poi da tribunali di primo e secondo grado. Tanto che lui, a un certo punto, si è sottratto, rinunciando a candidarsi di nuovo alla presidenza della Regione Lombardia.

Sarebbe cambiato qualcosa se al posto di Attilio Fontana oggi a Palazzo Lombardia ci fosse Roberto Maroni? Difficile dirlo, certo è che lui, a causa di un processo a dir poco assurdo, è rimasto sei anni fuori dalla politica. Lo hanno accusato di “turbativa d’asta” per una consulenza a una ex collaboratrice. Ma non c’era nessuna gara, ma solo “una mera comparazione di profili professionali”, dice la Cassazione. Che ha assolto Roberto Maroni perché il fatto non sussiste. Dopo tanta ingiustizia i giudici hanno detto “basta” e hanno messo la pietra tombale sulla vicenda. Bobo definisce cecchini della politica gli uomini del “rito ambrosiano” della giustizia, e con qualche ragione. Forse Matteo potrebbe rispondergli che non sono da meno quelli che hanno sciacquato i panni in Arno.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.