Il giornalista bacchetta il Presidente
Travaglio senza freni sul caso Minetti, sfida Mattarella e le toghe. Ma l’Anm tace
Vi sono momenti in cui una frase rivela più di quanto il suo autore avrebbe voluto. Il 4 giugno scorso, a Otto e mezzo, Travaglio ha commentato il Presidente della Repubblica che aveva confermato la grazia a Minetti: «Secondo me Mattarella è un amante del pericolo. È uno spericolato, un amante del brivido». Non era una boutade. Era una minaccia velata al Capo dello Stato: non si dice «tornerò a colpirti», si costruisce l’impressione di avere ancora qualcosa in mano, si allude a notizie «che continuano ad arrivarci dall’Uruguay», si agita lo spauracchio di un castello che, demolito dalle istituzioni, potrebbe essere ricostruito con nuove pietre.
Ora sappiamo che quelle pietre non esistevano. Il 29 maggio Graciela Mabel De Los Santos, la massaggiatrice uruguaiana e fonte principale del Fatto, aveva già ritrattato tutto davanti a un notaio di Maldonado: «Non ho mai visto che la signora Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione destinata a reperire o indurre prostitute all’interno della residenza». L’atto notarile è pervenuto alla Procura Generale tramite Interpol il 5 giugno. Travaglio il 4 giugno sapeva — o aveva ogni ragione di temere — che la sua fonte stava ritrattando. La frase su Mattarella «amante del brivido» non era dunque l’attacco di chi avanza: era la mossa di chi sente il castello sgretolarsi e vuole lasciare il segno sul Quirinale prima che il crollo diventi pubblico.
Travaglio replica di avere le registrazioni. Ma avere registrazioni di una fonte non significa che quella fonte dicesse la verità. Significa solo che si è fissato ciò che lei ha detto. La dichiarazione notarile del 29 maggio, assistita da avvocato e trasmessa tramite Interpol, è un atto ufficiale che vale più di qualunque nastro. La Procura Generale di Milano aveva del resto già concluso: le notizie del Fatto «non corrispondono al vero». Travaglio risponde minacciando di querelare la Procuratrice Generale Nanni per diffamazione. Nel suo disegno, Procura, ministro e Presidente si sarebbero tutti lasciati ingannare. L’unico custode della verità sarebbe il Fatto.
Vale chiedersi che cosa ci sia davvero dietro. Nicole Minetti vale 250 milioni di causa civile? Vale la querela di Nordio? Vale l’isolamento crescente — con Paolo Mieli che in diretta chiede se gli sia mai capitato di prendere atto di aver avuto torto, senza risposta? Nessuno si espone a questo livello per una ex consigliera regionale la cui grazia era quasi superflua: Minetti non avrebbe mai messo piede in carcere, avendo diritto all’affidamento in prova ai servizi sociali. La posta in gioco non è mai stata la sua libertà.
In tutto ciò pesano due silenzi. L’Anm — che insorge per qualunque critica alla magistratura — non ha emesso una riga in difesa della Procuratrice Generale Nanni, minacciata di querela per aver svolto le sue funzioni. Viene spontaneo chiedersi se questo silenzio sia il prezzo pagato a Travaglio per la solidarietà ricevuta durante il referendum sulla separazione delle carriere: il Fatto era il megafono più potente del fronte del No, e certi debiti si onorano tacendo. L’Ordine dei Giornalisti non ha aperto fascicoli né preso posizione su un’inchiesta rivelatasi integralmente infondata. La magistratura si difende quando fa comodo. Quando non fa comodo, si tace. Il caso si avvia alle aule civili, dove 250 milioni attendono il loro corso. Nel frattempo, resta in piedi la frase del 4 giugno. «Un amante del brivido». Forse. Ma i brividi, come il freddo, colpiscono di più chi li ha cercati.
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