Non solo fungeva da raccordo tra la mafia e la società civile, ma aggiustava anche i processi in combutta con i magistrati. Non si sa se ci sono anche i nomi dei giudici felloni, nella relazione che gli uomini dei Ros hanno depositato al processo Rinascita Scott con una nuova accusa contro Giancarlo Pittelli. Sicuramente ci sono quelli dei “pentiti”, secondo il costume delle inchieste di mafia più fallimentari, quelle in cui le indagini non si fanno sul territorio ma in ufficio o in caserma, ad abbeverarsi ai racconti dei collaboratori. O, a volte, addirittura suggerendo loro quel che devono dire. Come dimenticare i 17 “pentiti” di camorra, ospitati tutti nella stessa caserma a concordare le false versioni contro Enzo Tortora? E le torture con cui si convinse nel carcere di Pianosa Enzo Scarantino ad accusare una quindicina di innocenti per l’omicidio Borsellino?

Nelle duecento pagine dei Ros non manca proprio nessuno, c’è il fior fiore delle famiglie di ‘ndrangheta di tutta la Calabria, dalla Sila all’Aspromonte, coste comprese. Inutile fare i nomi, ci ha già pensato la Gazzetta del sud. Interessanti però sono come sempre i virgolettati, le parole dei “pentiti” che come da copione hanno sempre l’oro in bocca, come le ore del mattino. Giancarlo Pittelli «avrebbe funto, mediante condotte corruttive, da elemento di connessione con una parte debole della magistratura che di conseguenza avrebbe agevolato la risoluzione delle diverse vicende giudiziarie». Niente nomi di toghe sporche, però. Il che è grave, oltre che strano, perché il reato di corruzione ha sempre due corni, chi compra e chi si fa comprare. Chi sono questi giudici “deboli” che si fanno comprare? Se la relazione dei Ros è stata depositata al processo Rinascita Scott è un atto pubblico. Quindi, o i nomi sono altrove, in un altro fascicolo coperto, oppure questi “pentiti” conoscono solo una parte del reato, e un solo responsabile, l’avvocato Pittelli. E su di lui vanno giù pesanti, cercano di inchiodarlo. Uno dice che lui era «il legale in grado di avvicinare alcuni magistrati addivenendo alla soluzione di problemi giudiziari». Un altro spiega che «Pittelli veniva nominato perché aveva conoscenze tra i giudici e una grande influenza su di loro».

Chissà come mai, vien da dire allora, solo il legale è in carcere da due anni a svolgere il ruolo di ciliegina sulla torta di un processo che si chiama “Rinascita Scott” e che, fin dalla prima conferenza stampa del procuratore Gratteri nel dicembre del 2019, avrebbe coinvolto non solo picciotti mafiosi, ma politici, imprenditori e alte sfere istituzionali? Di tutta questa crème non c’è traccia nella maxi-aula bunker di Lamezia Terme. C’è solo il soldato Pittelli, tanto amico dei magistrati da essere rimasto l’unico prigioniero di quella che i pubblici ministeri chiamano “area grigia”, cioè la famosa connessione tra le due società (non quelle di Asor Rosa), quella delle ‘ndrine e quella dei “signori”. Questa nuova accusa, che a quanto pare potrebbe far parte di un nuovo filone d’inchiesta che, se riguarda magistrati per esempio di Catanzaro dovrebbe esser subito trasferita a Salerno, colpisce una volta di più Giancarlo Pittelli nel suo ruolo di avvocato. E dovrebbe preoccupare tutta quanta la categoria, perché mette in discussione lo stesso ruolo del difensore nei processi penali. C’è un clima di sospetto che porta a identificare non solo l’indagato e l’imputato con il reato di cui sono accusati, ma lo stesso legale con la “colpa” attribuita al suo assistito.

Si va a spulciare nelle intercettazioni per rimarcare il fatto che il boss dà dei voi all’avvocato, come se questo fosse sintomo di grande intimità, o sottolineare come complicità il fatto che la moglie dell’assistito chieda al legale come stia la sua famiglia. Due giorni fa si è reso necessario un intervento della Consulta per stabilire come sia illegittimo censurare la corrispondenza tra l’avvocato e l’imputato (o condannato) anche se questi è detenuto nel regime del carcere impermeabile, cioè il 41-bis dell’ordinamento penitenziario. In realtà esistevano già delle circolari del Dap al riguardo, ma la decisione della Corte Costituzionale era stata stimolata da una questione di legittimità sollevata dalla Cassazione. Ed è entrata nel merito con decisione. Una bella lezione per chi, con la solita volgarità, come Marco Travaglio, si è affrettato a dare del mafioso agli avvocati, tutti compresi. Ecco il testo del quotidiano: «La consulta cancella la censura sulla corrispondenza tra i detenuti al 41 bis e avvocati. Geniale: così i boss potranno ordinare omicidi e stragi per lettera».

Non varrebbe neanche la pena di citare un tale letamaio, se non fossimo certi del fatto che purtroppo il direttore del Fatto non è mai solo in queste nefandezze, ma il suo pensiero è spesso accovacciato sotto qualche toga da cui trae ispirazione. O a volte la dà. A costoro sarà utile leggere quel che scrive l’Alta Corte? Anche a coloro che continuano a costruire, mattoncino sopra mattoncino, le accuse contro Giancarlo Pittelli? Inizino a leggere, intanto. Il riferimento è al fatto specifico che ha dato origine alla decisione, un telegramma non consegnato. «In effetti, la disposizione censurata si fonda su una generale e insostenibile presunzione di collusione del difensore con il sodalizio criminale, finendo così per gettare una luce di sospetto sul ruolo insostituibile che la professione forense svolge per la tutela dei diritti fondamentali del detenuto, ma anche dello stato di diritto nel suo complesso».

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.