Nessuna strage, nessuno scandalo, nessuna epidemia insabbiata, né poveri morti nascosti, né divieto ai dipendenti di indossare mascherine, né percentuali di contagi alle stelle. Nessuna “strage di nonni” al Pio Albergo Trivulzio dunque, ma disfunzioni legate solo all’eccezionalità dell’arrivo del Coronavirus, ai ritardi della Protezione civile e all’enorme assenteismo dei lavoratori, che si è spinto fino al 65%. Il resto è fango, panna montata dagli strombazzamenti di due quotidiani, La Repubblica e il Fatto, insieme a qualche sindacalista da sempre loquace e vanitoso e a qualche “Comitato vittime” di troppo.

Parole di realtà e di verità sono finalmente arrivate dalla Commissione che ha indagato per tre mesi sul Pio Albergo Trivulzio, la più importante e prestigiosa Casa di riposo italiana, assunta nei mesi scorsi da untori della comunicazione come capro espiatorio e luogo di sterminio di poveri vecchi innocenti. Se qualcuno ci ha creduto, tanto da riempire la procura della repubblica di esposti per epidemia e omicidio colposi, oggi dovrà ricredersi. Il lavoro dei commissari, nominati da Regione Lombardia e Comune di Milano, si è svolto in modo accurato con 23 riunioni, 16 audizioni e la produzione di 1.400 documenti. Il tutto è stato poi inviato alla Procura della Repubblica dove sono aperti i fascicoli prodotti dagli esposti. Anche se, dice Vittorio Demicheli, il direttore sanitario della Ats di Milano che ha presieduto la commissione, «se avessimo visto reati avremmo avuto il dovere di segnalarli, ma non ne abbiamo visti». Il che è tranquillizzante, vista anche la presenza nella commissione di due magistrati piuttosto autorevoli e conosciuti come Giovanni Canzio, già primo presidente della corte di cassazione, nominato dalla Regione Lombardia, e Gherardo Colombo, ex pubblico ministero di Milano, indicato dal Comune del capoluogo lombardo.

Con pignoleria e un certo puntiglio la commissione demolisce uno a uno i titoli scandalistici (inaugurati da Gad Lerner su Repubblica, prima di passare al quotidiano a lui più congeniale, il Fatto) insieme a quei fari delle riprese televisive puntati ogni giorno per tre mesi sulla Baggina come ai bei tempi di Di Pietro e Mani Pulite. Ecco i risultati, punto per punto. Punto uno: i numeri. È falso che al Trivulzio ci siano stati più contagi o più morti che altrove. Anzi, “l’impatto è stato leggermente inferiore”, infatti il rapporto tra decessi osservati e decessi attesi nel primo quadrimestre è stato pari a 1.7, mentre nelle altre Rsa dell’area coperta da Ats Milano è stato del 2,2. E i “poveri morti nascosti” di cui si strillava davanti alle telecamere mentre scorrevano le immagini dell’arresto di Mario Chiesa del 1992? Fango.

Secondo punto: il virus sarebbe entrato al Pat dopo la richiesta della Regione del 9 marzo perché si accogliessero nelle Rsa malati o convalescenti provenienti da ospedali. Falso. Non solo per quel che già si sapeva, perché nessun malato Covid è mai stato accolto al Trivulzio, ma soprattutto perché il morbo era entrato, portato da parenti o da personale esterno, già a febbraio, tanto è che già in quei giorni la direzione aveva ridotto le visite, che saranno poche settimane dopo del tutto abolite.

Punto terzo: le mascherine. Due sono state le accuse. La direzione non avrebbe fornito i dipendenti di tutti i sistemi protettivi in presenza del virus, ma soprattutto avrebbe loro impedito di indossare le mascherine “per non spaventare gli ospiti”. È vero che al Pat c’era scarsità di dispositivi di protezione, essendoci solo un quantitativo utile per una situazione ordinaria ma insufficiente per un’emergenza come quella che si è poi verificata. Ma è stata la Protezione civile, ricordano i commissari, ad aver centralizzato gli acquisti il 25 febbraio, salvo poi cominciare a distribuire il materiale solo il 23 marzo. Quanto poi all’accusa rivolta da alcuni dipendenti di esser stati dissuasi a indossare mascherine per non spaventare gli anziani, proprio non risulta. Fango.

Quarto punto: la gestione dell’emergenza ha mostrato incapacità della dirigenza del Pat ad affrontare la presenza del virus. Falso. «La gestione dell’emergenza – obietta la relazione della commissione – è stata conforme ai protocolli e alle raccomandazioni dell’Oms e dell’Istituto superiore di sanità». Quale è stato dunque il problema del Pat? L’unica vera anomalia, che ha distinto questa Rsa da qualunque altra, lombarda ma non solo, è stato lo spropositato tasso di assenteismo dei lavoratori, con una media del 57% ( ma in qualche reparto ha raggiunto il 65%) di persone che si sono allontanate dal lavoro per vari motivi, essendo i dipendenti malati di Covid-19 non più del 9%.

Problema antico, in un Ente molto sindacalizzato in cui si sono alternati diversi medici del lavoro perché a ogni ricambio di amministrazione interna il problema dell’assenteismo, in tempi normali al 30%, viene posto. Insieme a un’altra criticità dell’istituto, quella dei lavoratori “demansionati”, i quali sulla base di certificati medici, non possono svolgere determinati compiti. Così spesso tocca ai parenti o a badanti mandate dalle famiglie, accudire l’anziano, sollevarlo e imboccarlo. E teniamo presente il fatto che nelle Rsa da tempo, oltre ai casi di demenza senile o di alzheimer, quando si parla di anziani, si intende alludere a grandi vecchi, più novantenni e centenari che ottantenni. Il che spiega anche perché ogni giorno ci sono decessi, che si sono moltiplicati e accelerati con la presenza del virus che si è accompagnato alle altre patologie legate all’età.

Sono problemi sociali che purtroppo finiranno nell’imbuto delle inchieste giudiziarie, perché in Italia ormai tutto è giurisdizione, tutto finisce in una sorta di epidemia giudiziaria che rende felici solo quelli che sono sempre con la bava alla bocca, quelli che hanno bisogno costante di ammanettare qualcuno per mostrare se stessi come i migliori. Con il Trivulzio per ora gli è andata male. Se speravano che Gherardo Colombo si sarebbe rituffato nei fasti di Mani Pulite non hanno capito l’uomo e neanche i tempi.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.