Mi chiamo Gabriel, ho 22 anni. Fino a 18 anni ho vissuto in Guinea Bissau. Studiavo, avevo degli amici e la mia famiglia, pur tra mille difficoltà, mi sosteneva come poteva. Sarei voluto rimanere nel mio Paese ma non avevo scelta, potevo solo scappare.  Con degli amici ci eravamo organizzati per partecipare a una manifestazione contro il governo che voleva aumentare i prezzi dei generi alimentari. Quel giorno la piazza in cui si protestava era piena di ragazzi come me. Volevamo giustizia, sognavamo un paese libero e democratico.

Durante le proteste pacifiche sono arrivati dei militari, qualcuno di noi è stato arrestato, qualcun altro picchiato. Sono riuscito a scappare e a nascondermi a casa di un amico. La sera, quando tutto sembrava tranquillo, sono tornato dai miei. Mia madre mi aveva preparato un piccolo zaino, con un cambio di vestiti, qualcosa da mangiare e dell’acqua. Mio padre mi ha dato dei soldi, credo tutti quelli che era riuscito a mettere insieme. Mi ha dato anche un foglietto con un nome e un numero di telefono da chiamare, mentre mi abbracciava. Era l’ultima volta che li vedevo. Il pomeriggio dopo la manifestazione erano andati certi uomini a casa a fare domande su di me e a minacciare neanche troppo velatamente i miei genitori.

Non potevo rimanere, era pericoloso per la mia vita. Da quel giorno mi sono messo in cammino, il mio viaggio è durato più di un anno. Ho attraversato tanti confini. Senegal, Mali, Niger: ogni Paese con un trafficante diverso. Poche parole, soldi consegnati prima di partire e via su camionette distrutte, su macchine strapiene di persone, cibo e acqua centellinati, al limite della sopravvivenza. E poi il deserto, dove ho visto morire dei compagni. L’acqua era poca e la bevevano solo i trafficanti senza distribuire le scorte. Non so quanto sia durato il viaggio nel deserto, di quei giorni ho ricordi confusi, gli ultimi tempi perdevo spesso conoscenza, ero convinto che il mio viaggio ormai fosse finito lì.
Mi ricordo solo che pensavo spesso a mio padre e che quei soldi che mi aveva dato erano stati sprecati, poteva destinarli agli studi di uno dei miei fratelli.

Arrivai in Libia e ripresi conoscenza in una stanza vuota, lì con me c’erano altri ragazzi. Ero convinto che, sopravvissuto al deserto, il peggio fosse passato. Ma mi sbagliavo. I ragazzi in quella stanza, come me sognavano tutti l’Europa, tutti in fuga da guerre, dittature o da povertà estrema. Ma la libertà sembrava irraggiungibile soprattutto quando capimmo che i trafficanti ci avevano venduti come schiavi a un libico che ci faceva trasportare sacchi pieni di cemento per giornate intere sotto il sole, senza pagarci. A quel punto era chiaro che non potevo durare a lungo: con altri ragazzi abbiamo contattato l’ennesimo trafficante, abbiamo messo insieme i soldi che avevamo e così siamo saliti su un gommone. Eravamo in 130 persone su quel pezzo di plastica che ne avrebbe potuti trasportare men di trenta secondo me.

Siamo stati in mare due giorni e due notti. Alcuni di noi erano finiti in acqua e si tenevano al gommone con le braccia. Saremmo morti se non ci avesse salvato una nave di una ong. Ci hanno tirato su, ci hanno dato da bere e delle coperte asciutte. Lì ho capito che non sarei morto in mare. Sono arrivato in Italia a settembre 2017. In Sicilia ho presentato la mia domanda di protezione internazionale. Mi hanno riconosciuto la protezione umanitaria, valida per due anni. Sono arrivato a Roma per cercare lavoro. Ma dopo alcuni mesi senza trovare nulla ho provato ad andare via dall’Italia. Volevo andare in Portogallo, perché parlo portoghese, la lingua del mio paese. Pensavo che sarebbe stato più facile lì per me. Non avevo il permesso di viaggiare fuori dall’Italia o un passaporto e sono stato rimandato indietro due volte: prima a Ventimiglia e poi a Zurigo.

L’unica possibilità che mi sembrava di avere era di andare a lavorare nei campi come bracciante a Foggia, insieme a tanti altri come me, senza diritti, ancora una volta invisibile. Ho chiesto aiuto al Centro Astalli dove ogni giorno andavo a mangiare e fare la doccia. Parlai con gli operatori che lavorano lì. Mi dissero che ero giovane, che avevo un futuro davanti. Che vita avrei fatto? Sarei stato un’altra vittima del caporalato. Sapevo che avevano ragione ma era disperato, non sapevo cos’altro fare. Mi hanno accolto al Centro d’accoglienza per uomini e mi hanno chiesto cosa volessi fare, se avevo voglia di studiare. Dopo tanto tempo avevo un’altra possibilità. Ho fatto un corso di formazione e un tirocinio come aiuto cuoco. Mi sono impegnato tanto, mi piace molto cucinare.

Però qualche mese fa si è presentato un nuovo ostacolo da superare: la mia protezione umanitaria era in scadenza. Mi hanno spiegato che non sarebbe stato possibile rinnovarla, che avrei potuto solo convertirla in un altro permesso di soggiorno. Ma per farlo, oltre a un contratto di lavoro, mi servivano una residenza e un passaporto. Tutte cose che non avevo. Quando sei abituato a conoscere solo odio e violenza non pensi mai che qualcuno possa aiutarti senza chiedere nulla in cambio e invece mi sono dovuto ricredere.

Grazie alla generosità del mio datore di lavoro, ora ho un contratto di un anno presso un agriturismo. Questo mi ha consentito di avere un nuovo permesso di soggiorno. Ora ho una residenza. Grazie all’aiuto del Centro Astalli vivo in una comunità di ospitalità a Roma presso i Padri Bianchi e con loro sto benissimo. Mi impegno molto per il mio futuro perché ora ho un sogno da realizzare: diventare uno chef.