Evocando un vecchio spot pubblicitario, si è detto spesso in questo periodo che una telefonata può allungare una vita. Secondo garanti, volontari, esponenti del partito radicale e avvocati che seguono da vicino le storie e i drammi che avvengono nel mondo dietro le sbarre, una telefonata può essere determinante per chi vive da recluso, al punto da diventare decisiva, vitale. Non è incasso, infatti, che da diversi mesi c’è in atto una campagna di sensibilizzazione affinché la politica si renda conto delle criticità del sistema penitenziario. Non è un caso che tra le proposte per frenare l’ondata preoccupante di suicidi in cella si sia proposto, come intervento più immediato, quello di aumentare il numero delle telefonate e delle videochiamate concesse ai detenuti.

Una battaglia di sensibilizzazione partita anche da Napoli con i garanti regionale e cittadini, con gli avvocati penalisti, con le associazioni come Antigone. Ebbene, qualcuno deve aver ascoltato queste voci e studiato le soluzioni proposte. Quel qualcuno è Carlo Renoldi, il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. «Ha annunciato che verrà diramata una circolare che porti a consentire, anche con l’attuale quadro regolamentato, un maggior numero di telefonate e videochiamate per i detenuti», fa sapere Antigone. È una richiesta sollecitata da tempo. «Ad inizio agosto, a fronte del numero drammatico dei suicidi, avevamo lanciato la campagna “Una telefonata allunga la vita” – spiegano da Antigone -, chiedendo proprio che si andasse oltre il limite dei dieci minuti a settimana previsti dalle attuali normative». Ora la notizia della decisione annunciata dal capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria apre una luce nel buio di questi mesi, di questi anni. «È però una vittoria non definitiva», precisa Antigone.

L’aumento del numero delle telefonate è un intervento tampone, è necessario invece mettere mano a una riforma più seria e profonda. «Continuiamo a chiedere che, oltre alla buona volontà del Dap, la politica si faccia carico della questione modificando il regolamento penitenziario del 2000 e dando così, a questa decisione, un quadro regolamentato ampio e definitivo». Non bisogna dimenticare che il nostro Paese ha il record europeo delle morti in cella. Ci sono stati cinquantanove suicidi dall’inizio dell’anno nelle carceri italiane, centodieci morti in cella. Si muore di pena. I drammi negli istituti di pena sono migliaia. E la politica resta in silenzio. In questa campagna elettorale nessuno pone l’attenzione sul tema carcere, sul garantismo, sulla necessità che una giustizia giusta e uno Stato di diritto passino anche per carceri umane e dignitose, dove non è possibile che ci sia un così alto numero di detenuti reclusi da presunti innocenti, detenuti in attesa di giudizio. Dove non è possibile che ci siano bambini chiusi in istituti di reclusione con le mamme detenute. Dove non è possibile che manchi l’acqua calda o addirittura l’acqua potabile. Dove dovrebbero esserci spazi e tempi della pena adeguati a rispettare il dettato costituzionale della pena finalizzata alla rieducazione e alla responsabilizzazione del detenuto. In due parole, umanità e civiltà.

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).