«Il direttore e il comandante non si sono fatti vivi per parlare con me. Ho tentato il suicidio perché per me non c’è più vita, mi hanno tolto tutto, sono morto dentro. Non sto ricevendo nessun supporto morale. Anzi sono in accoglienza, nascosto come se fossi stato io ad aver fatto del male a qualcuno» e ancora: «Mi hanno detto che se voglio impiccarmi per loro è uguale perché chi piange è solo la mia famiglia. Mi hanno costretto a pulire il bagno due volte al giorno, a cucinare come uno schiavo». Sono alcune delle parole che Michele (nome di fantasia per tutelarne la privacy) ha scritto lo scorso 4 agosto in una lettera.

Parole di dolore e angoscia che hanno descritto l’incubo che il giovane detenuto ha vissuto. Ieri Il Riformista ha pubblicato un articolo proprio in merito a questa vicenda. Oggi il 31enne è stato “magicamente” trasferito dopo che l’istanza era stata inspiegabilmente respinta. Il caso è stato segnalato dalla Garante per i diritti dei detenuti della provincia di Caserta, Emanuela Belcuore. Michele avrebbe subito una violenza sessuale in cella: «Mi hanno messo un coltello alla gola, mi hanno costretto a fare sesso orale e mi hanno penetrato. Io voglio ancora amare ma ad oggi solo il pensiero di andare a letto con qualcuno mi fa vomitare. Ho paura, ho sbagliato ma voglio la mia vita, voglio anche io una famiglia. In questo buco sto perdendo la testa, non voglio più pensare alla morte. Aiutatemi».

La lettera, di cui pubblichiamo alcune parti, è un cazzotto allo stomaco. Un testo che dovrebbero leggere le massime istituzioni dello Stato italiano per cercare di comprendere un minimo ciò che può accadere dietro le sbarre di un penitenziario. Cosa ben più grave, pare che a Michele non sia stato garantito neanche il diritto alla salute. Al giovane detenuto non è stato applicato il protocollo clinico previsto per gli abusi sessuali. Al 31enne non è stato fatto un tampone anale, né un test per l’epatite, né per l’Hiv, non è stata fatta una visita urologica e non è stato neanche portato al pronto soccorso. Se tutto dovesse essere confermato ci troveremmo di fronte ad un caso più che di tortura. Altro che comportamenti disumani e degradanti.

Michele ha avuto l’onore di parlare solo con una psicologa: «Una visita di 30 secondi. La dottoressa viene una volta a settimana. Non ne posso più, sto impazzendo. Mi stanno riempiendo di gocce e tranquillanti, ma io non voglio impazzire qua dentro. Non li prendo gli psicofarmaci, voglio restare lucido. Meglio morto che zombie». Michele sa di aver sbagliato ma sa anche di non sentirsi a suo agio in un contesto come quello del carcere. Lui vorrebbe solo indietro la sua dignità, la sua vita. Vorrebbe riabbracciare la madre che «non mi ha insegnato ad essere un criminale, mamma mi ha insegnato ad aiutare le persone a condividere il dolore o un pezzo di pane». Per Michele non è stato affatto facile denunciare la violenza subita, non solo per la difficoltà nel rivelare questa tipologia di trauma ma anche perché da allora è stato bollato come un “infame”. Gli auguriamo, dalla nuova struttura nella quale è stato trasferito, di riprendere a sognare perché fino ad oggi, di notte ha pianto e pregato, «Dio di farmi morire e farmi andare nelle sue dolci braccia».

Del resto Michele sarebbe potuto diventare il 55esimo suicidio avvenuto in un carcere italiano dall’inizio dell’anno. In Campania sarebbe stato il settimo. Un’altra mattanza ma di Stato. Numeri che farebbero impallidire qualsiasi democrazia. Ma non quella italiana, le cui istituzioni continuano a calpestare sia la Costituzione che lo Stato di Diritto. Per rendersi contro dello scempio, basta assistere all’attuale campagna elettorale: per i partiti il sistema penitenziario non esiste.