«Vi faccio vedere il carcere com’è e come dovrebbe essere», sono state queste le parole del Comandante Pasquale Gallo che insieme alla vice Direttrice Carla Mauro ha accompagnato la delegazione del Partito Radicale che lo scorso 13 agosto ha varcato l’ingresso del carcere di Poggioreale. Le parole del Comandante della Polizia Penitenziaria erano rivolte alle nette differenze che ci sono tra un reparto come il “Napoli” e uno come il “Genova”.

Quest’ultimo è l’unico ad aver goduto di particolari lavori di ristrutturazione. Nel padiglione si è detenuti solo a due condizioni: è necessario essere stati condannati in modo definitivo e bisogna aver avuto una buona condotta. Le pareti sono tutte verniciate e le celle sono organizzate in due aree, una giorno e una notte. Cucina e servizi igienici con doccia sono separati e non a vista. All’interno possono starci al massimo quattro persone, divise in due letti a castello. I posti disponibili sono poco più di un centinaio, vi sono presenti circa 78 reclusi. «Rispetto ad altri reparti qui sembra un hotel a cinque stelle», ha detto un detenuto. In effetti, non ha avuto tutti i torti. Il “Napoli” come tanti altri, è un reparto la cui struttura è ancora quella di fine ‘800, ovvero il periodo nel quale fu costruito il carcere. Un padiglione diviso in piani con le celle distribuite ai lati e divise al centro da un ballatoio. Un contesto che rende complessa la vivibilità: da una parte, per l’assenza di spazio, è difficile lasciare liberi i detenuti. Dall’altra è quasi impossibile il controllo da parte degli agenti. «Il rapporto tra poliziotti e reclusi è di circa 1 a 100», ha spiegato il Comandante Gallo.

Perché se la piaga delle carceri italiane è rappresentata dal sovraffollamento (a Poggioreale dovrebbero esserci 1.571 detenuti, invece ce n’è sono più di 2.200), quella del personale di polizia è caratterizzato dal sottodimensionamento: nel penitenziario napoletano servirebbero almeno 200 agenti in più. A questo va aggiunta la scarsa presenza di educatori e sanitari. I primi sono fondamentali per tutte quelle attività volte al recupero e al reinserimento dei detenuti. I secondi sono la garanzia del diritto alla salute che spesso e volentieri dietro le sbarre è calpestato.

Ancora di più a Poggioreale, una struttura enorme, una sorta di piccolo paese. La visita, guidata con assoluta disponibilità dall’amministrazione penitenziaria, è proseguita nel reparto “Roma”. Qui vi sono i detenuti di categoria “protetta”: trans, sex offender e tossicodipendenti. La maggior parte di questi ultimi è sottoposta a terapie metadoniche e a sedute psichiatriche. Le docce sono comuni, una stanza che sta per cadere a pezzi con solo quattro postazioni. «Cerchiamo di fornire un supporto a tutte le tipologie di dipendenze – ha spiegato la Mauro – anche quella causata dall’alcol o la ludopatia. Ma abbiamo a disposizione solo due psicologi». Il percorso ha portato la delegazione, di cui hanno fatto parte anche le Operatrici socio sanitarie Annamaria Nunziata e Marina Amitrano, nel reparto “San Paolo”, quello sanitario.

Pochi i detenuti in degenza, operative le stanze riservate alle visite specialistiche che dipendono dall’Asl Napoli 1 Centro. C’è anche una piccola area che funge da pronto soccorso. È saltata all’occhio la presenza di un detenuto 90enne che riusciva a camminare grazie all’ausilio di una stampella. Tutti si sono chiesti: «Che ci fa lui in carcere?». È plausibile che non abbia nessuno fuori ad aspettarlo o che non abbia la possibilità di essere ospitato in qualche struttura adeguata. Dramma nel dramma. Perché in carcere le tragedie collettive si uniscono a quelle personali. Su quella persona anziana, magari, potrebbero pesare sia il blackout burocratico (caratterizzato – ad esempio – dai ritardi delle istanze di scarcerazione che chiamano in causa il Tribunale di sorveglianza o dall’impossibilità di svolgere i dovuti controlli medici), che quello sociale: un uomo di nuovo libero potrebbe restare vittima di una società impreparata ad accoglierlo.

A Poggioreale, nonostante le cose siano cambiate e leggermente migliorate negli ultimi decenni, il quadro è comunque difficile. E i miracoli, data per scontata la buona volontà di dirigenti, agenti e operatori, non si possono fare. «Una delle criticità di Poggioreale – ha affermato Gallo – è l’unione di troppi detenuti diversi tra loro». Del resto una delle principali problematiche è la presenza di malati psichiatrici insieme ai reclusi comuni. Una dinamica che rende pericolosa la convivenza dell’intera comunità penitenziaria. Le cause? Il mal funzionamento delle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) e la frequente indisponibilità a includere detenuti con problemi mentali. Queste ultime sono dei centri clinici che hanno sostituito gli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg).

Torniamo al “Napoli” dove sono state aperte le porte dell’inferno: celle con pareti ammuffite; anche 8-10 detenuti ammassati all’interno; un wc a vista e un’unica doccia in pessime condizioni. «Qua non ci pensa nessuno», «Io sto aspettando da mesi l’autorizzazione per una visita: ho bisogno di essere operato alla gamba», «Io avrei bisogno di un piantone, lui non ci vede bene e quell’altro sta buttato sulla branda tutta la giornata». Sono state queste le denunce di alcuni dei detenuti. «Stiamo aspettando i lavori di rifacimento dal 2012 – ha raccontato Gallo – Opere stanziate e per le quali sono stati previsti dei fondi. Poi, dopo quasi dieci anni, si sono resi conto che mancavano le valutazioni sismiche dell’edificio». E qui torna in gioco il ruolo della burocrazia come altro nemico dello Stato di Diritto, con il classico scaricabarile di responsabilità tra le istituzioni.

Infine il capitolo lavoro: «Le attività lavorative ci sono ma non bastano – ha detto la Mauro – ci sono graduatorie nelle quali i detenuti scorrono ogni tre – sei mesi». Così molti reclusi, tolte le ore d’aria trascorse nei cortili o quelle passate nei corridoi, sono condannati alla nullafacenza dentro le proprie celle. E ad agosto, con il caldo torrido, la pena è aggravata: pochi colloqui, zero corrispondenza, stop alle pratiche giudiziarie e attività collaterali ridotte al minimo. Solo pochi giorni fa, in Italia, c’è stato il 51esimo suicidio avvenuto dietro le sbarre dall’inizio dell’anno. Una mattanza alla quale lo Stato ha il dovere di mettere la parola fine.