«Ogni suicidio che accade in carcere avrebbe bisogno di un processo e di condanne esemplari, bisogna che qualcuno si decida ad “arrestare il carcere” perché è socialmente pericoloso. Non mi va di entrare nei meandri dei problemi del carcere perché ormai sono sempre più convinto che il carcere è il problema». Chi parla è un uomo di Dio ed è al fianco degli uomini considerati da tutti ultimi e indegni. È Don Franco Esposito, cappellano di Poggioreale, carcere nel quale si è tolto la vita un uomo due giorni fa. Con un lenzuolo stretto intorno al collo, inalando il gas che viene fuori dai fornelletti per cucinare, lasciandosi morire semplicemente…

Si uccidono così gli uomini e le donne che vivono in cella, gli invisibili. Eppure, la loro anima pesa ventuno grammi, esattamente come la nostra, come quella dei liberi, come i bravi di questa società. Solo che quando muoiono loro, fanno tutti spallucce, che importa tanto era un derelitto, un rifiuto umano, uno che dopotutto stava in carcere. Appunto, accantoniamo il pensiero di ognuno di noi, lasciamo da parte ciò che pensiamo noi liberi di chi vive in cella. Soffermiamoci sul: «Stava in carcere». Cosa significa? Significa che era sotto la diretta responsabilità dello STATO.

Lo Stato dovrebbe essere il garante della vita dei detenuti e soprattutto svolgere la funzione per la quale le carceri sono state pensate: rieducare, non uccidere. L’ultimo che ha deciso di farla finita viveva recluso nel carcere di Secondigliano. Aveva solo 33 anni Dardou Garrdon, di origine algerina. Si è impiccato nella solitudine della sua cella, tra l’indifferenza di tutti. Poche ore prima, nel carcere di Poggioreale, un altro detenuto si è tolto la vita: si chiamava Francesco Iovine, aveva 43 anni e soffriva di anoressia. E ancora, Sossio, 50 anni, di Frattamaggiore, ha deciso di togliersi la vita impiccandosi. Lo ha fatto mentre era in carcere ad Arienzo sei giorni fa. Sono cinque i detenuti che si sono tolti la vita in carcere dall’inizio dell’anno in Campania, tre nel giro di pochi giorni ad agosto, 49 in tutta Italia. Una strage silenziosa che trova la sua sintesi più agghiacciante nelle parole del garante cittadino dei detenuti Pietro Ioia: Altro che garanti, siamo diventati becchini.

«Dardou Gardon, condannato per rapina, era giunto in Campania nel 2021, nel carcere di Benevento e lì è rimasto sino a mese di maggio, quando l’Amministrazione penitenziaria l’ha trasferito a Secondigliano – spiegano i garanti dei detenuti Pietro Ioia e Samuele Ciambriello Già nell’Istituto di Benevento aveva tentato due volte di uccidersi perché lontano dalla famiglia, che a suo dire viveva a Marsiglia e non vedeva dal suo ingresso in carcere». Ma qualcuno si è accorto di lui? Qualcuno gli ha teso una mano? Qualcuno ha capito che prima o poi sarebbe riuscito a stringere così forte il cappio intorno al collo fino a morire? Forse sì, ma nessuno ha fatto niente per impedirlo. In carcere si muore, si muore in carcere di carcere. Ma tutto questo non sembra essere un argomento né della politica né della cosiddetta società civile. Che poi che ci avrà di civile una società che mura viva la gente, non è dato di sapere. Una politica che non si occupa dei diritti civili, della società nel suo insieme, che non si chiede perchè e da dove nasce il malessere che porta migliaia di persone dietro le sbarre, è degna di questo nome?

«Ogni volta che nelle carceri accadono tragedie come i suicidi si va alla ricerca delle motivazioni e sembra che questi drammi, dopo che hanno fatto notizia per un paio di giorni, svaniscono in attesa del prossimo annuncio di morte per carcere – racconta Don FrancoCi siamo abituati a fare statistiche dei suicidi nelle carceri, qualcuno si indigna sulle percentuali elevate ma anche l’indignazione passa col tempo che scorre portando via con sé le vittime di cui il “carnefice” cambia nome a ogni suicidio: depressione, attacco di panico, paura di affrontare la vita, problemi psichiatrici regressi e così via. Ma in realtà il colpevole ha sempre e solo un nome: il sistema carcerario, un sistema che è contro l’uomo e che fa male a chi lo subisce per condanna e alla società che è ingannata perché questo sistema non risponde alla giusta domanda di sicurezza di cui i cittadini hanno diritto». E mentre noi scriviamo, parliamo, urliamo, in un carcere a pochi passi da noi qualcuno vive il suo inferno silenziosamente, invocando e cercando la morte…

«Purtroppo i carcerati sono vite di serie B come i migranti, i senza fissa dimora. Anche loro fanno notizia quando muoiono in mare, per il freddo, o come i carcerati per suicidio. Scusatemi la crudezza delle parole – conclude Don Franco – ma fanno notizia e suscitano indignazione allo stesso modo e con la stessa intensità dei cani abbandonati in estate o degli animali negli allevamenti intensivi».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.