Anche la Polizia Penitenziaria utilizzerà l’arma della nonviolenza. Il satyagraha gandhiano, praticato dai radicali di scuola “pannelliana”, irrompe tra le file degli agenti. È stato infatti annunciato uno sciopero della fame da parte del Sindacato della Polizia Penitenziaria (SPP).

Domani alle ore 11, dinanzi il carcere napoletano di Poggioreale, gli esponenti del Corpo presenteranno l’iniziativa volta a denunciare «le problematiche delle carceri italiane e, in particolar modo, di quelle campane in cui le aggressioni nei confronti dei poliziotti penitenziari e dei detenuti più deboli sono aumentate del 1.300%» e «il disagio carcerario che ha portato al massimo storico di suicidi dal 2000 ad oggi: 52 detenuti suicidati, di cui 4 nelle carceri campane nell’ultimo mese». E proprio l’estremo gesto del togliersi la vita è diventato l’emblema di un sistema penitenziario fallimentare. Sono stati 3, solo in Campania, i suicidi in una settimana. Ben quattro in tutta Italia. Nella regione mancano circa 500 agenti di cui quasi 200 servirebbero a Poggioreale.

Proprio nel carcere dedicato a Giuseppe Salvia, il rapporto tra poliziotti e detenuti è di 1 a 100. Una situazione esplosiva che rende le carceri invivibili anche per gli agenti costretti spesso e volentieri a ricoprire altri ruoli, oltre quello previsto dalla divisa che indossano. Il sovraffollamento dei reclusi è così proporzionalmente inverso al sottodimensionamento degli agenti della Penitenziaria. I poliziotti devono a volte essere operatori, educatori e sanitari. Lo Stato pare abbia dimenticato questi suoi esponenti, vittime anche loro di un sistema giustizia che non funziona, che umilia la Costituzione e calpesta lo Stato di Diritto. Le istituzioni hanno il dovere di porre rimedio a questa situazione disumana e degradante più volte sanzionata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). Intanto la Penitenziaria ha deciso di protestare in modo nonviolento e radicale. Sembra un paradosso ma è invece la realtà.