Quando la politica non chiede il permesso
Veneto, passa la legge sul fine vita. È la prima Regione di centrodestra
La legge sul fine vita è passata a Palazzo Ferro Fini con una maggioranza che nessun partito aveva ordinato. Libertà di coscienza alla Lega, a Forza Italia e a Stefani Presidente, contraria Fratelli d’Italia, favorevoli le opposizioni e la Liga Veneta Repubblica: l’aula si è divisa lungo una linea che non coincide con nessuno degli schieramenti che la compongono. «Una legge nazionale fermerebbe le leggi delle Regioni», ha detto Luca Zaia a margine della seduta, e va letto come una rivendicazione. Qui si è fatto ciò che a Roma non si riesce a fare.
L’asse si era già spostato, e in direzione contraria: nel gennaio 2024 la stessa proposta cadde per un voto, e a farla cadere contribuì una consigliera del Partito democratico, la veronese Anna Maria Bigon. Due anni dopo il fronte del sì comprende un pezzo consistente del centrodestra veneto. Sul fine vita le appartenenze pesano meno delle convinzioni, e in un sistema che vive di disciplina di gruppo è già una notizia. La geografia lo conferma. Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna avevano legiferato da sinistra, il Veneto è la prima Regione di centrodestra a farlo, e lo fa affidando la procedura alle proprie Ulss. A Palazzo Madama, invece, gli stessi partiti di maggioranza che a Venezia hanno votato sì difendono una proposta che vieta di impiegare personale, strumentazioni e farmaci del Servizio sanitario nazionale.
Sta qui la lezione di politica reale che arriva dalle Regioni, e non riguarda soltanto il fine vita. Su una materia che il Parlamento giudica indigeribile esiste nel Paese una diversa maggioranza, e attraversa anche il centrodestra: manca chi sia disposto a lasciarla emergere. Nelle assemblee regionali c’è chi l’ha scoperto smettendo di chiedere il permesso alle segreterie. A Roma, dove il permesso serve ancora, il fine vita è rimasto dov’era sette anni fa: dentro una sentenza, fuori da una legge.
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