L'€conomista
Vetro e carta, la sfida energetica: decarbonizzare costa
Quella del vetro e quella della carta sono due filiere strategiche dell’industria made in Italy, ma oggi vivono un momento di difficoltà molto serio: il costo dell’energia sta diventando un vincolo alla competitività e, soprattutto, alla capacità di programmare gli investimenti necessari per continuare a produrre in Italia. È il messaggio emerso al convegno “Imprese italiane e sfida energetica” alla Camera, dove Marco Ravasi, vicepresidente di Assovetro, e Carlo De Iullis, vicepresidente di Assocarta, hanno raccontato due settori energivori già molto all’avanguardia sul fronte della sostenibilità, ma sempre più esposti a prezzi energetici difficili da assorbire. Nel vetro l’energia può arrivare a pesare per circa un quarto sul costo complessivo; nella carta il gas resta centrale, in particolare attraverso la cogenerazione. In entrambi i casi, il problema non è soltanto quanto costa produrre oggi, ma con quale prospettiva un’impresa possa decidere investimenti che hanno orizzonti di dieci o dodici anni.
Il paradosso è che proprio le imprese chiamate a investire di più nella transizione rischiano di avere meno risorse per farlo. Ravasi rivendica una filiera del vetro già fortemente orientata al riciclo e indica nell’elettrificazione «la strada maestra» per ridurre ulteriormente le emissioni. De Iullis sottolinea invece come le cartiere italiane abbiano già spinto molto sull’efficienza dei processi e sulla valorizzazione della materia recuperata: «Abbiamo fatto tutto quello che è il massimo tecnologico per decarbonizzare», osserva. Ma per entrambi la transizione può funzionare soltanto se accompagnata da una politica energetica capace di garantire prezzi sostenibili, infrastrutture adeguate e una direzione chiara nel lungo periodo. Nel vetro la questione diventa particolarmente evidente perché i forni richiedono investimenti elevati e vengono rinnovati dopo cicli molto lunghi. Una maggiore elettrificazione è tecnicamente possibile, ma presuppone disponibilità di energia a prezzi competitivi e reti in grado di sostenere consumi più elevati. Ravasi richiama il confronto con Paesi come Francia e Spagna, dove condizioni energetiche più favorevoli possono orientare le scelte di investimento delle multinazionali. «Se devo fare un forno ibrido in Italia oggi non lo faccio, perché non ho la garanzia che l’elettricità sarà competitiva con Francia e Spagna di qui a cinque anni», sintetizza. Il punto, dunque, è avere oggi una strategia che renda possibile programmare gli investimenti di domani.
Per la carta l’emergenza è invece legata soprattutto al prezzo del gas. De Iullis spiega che gli aumenti non possono essere trasferiti immediatamente sui clienti, soprattutto in una fase di mercato debole, e parla di una perdita progressiva di produzione e competitività. «Le nostre aziende non possono resistere più di tanto», avverte, chiedendo nell’immediato «un aiuto temporaneo» che possa passare da interventi sul prezzo del gas o da crediti d’imposta. Il rischio industriale si intreccia qui con quello ambientale: meno cartiere significa anche meno capacità di riciclare sul territorio la carta raccolta in Italia, con la possibilità di esportare materia recuperabile per poi riacquistare dall’estero prodotti trasformati. Da qui le richieste al mondo istituzionale. Sul breve periodo, entrambe le filiere chiedono strumenti capaci di attenuare l’impatto dei prezzi energetici. De Iullis indica interventi sul costo del gas e crediti d’imposta; sia lui sia Ravasi chiedono una revisione, o nella fase attuale una sospensione, dell’ETS. Sul sistema europeo delle emissioni De Iullis è netto: «È diventato una tassa, una sorta di carbon tax», mentre Ravasi ritiene che nella situazione attuale una sospensione sarebbe il segnale della consapevolezza della gravità della crisi. Ma il punto centrale riguarda il dopo-emergenza: costruire una strategia energetica che consenta alle imprese di sapere su quali fonti, prezzi e infrastrutture potranno contare.
È questa, in fondo, la richiesta comune che arriva da vetro e carta, due mondi che insieme rappresentano un’eccellenza industriale: nella produzione di vetro l’Italia ha superato la Germania diventando la prima produttrice in Europa, con un fatturato integrato che si aggira intorno ai 9 miliardi di euro; la carta, dal canto suo, genera l’1,2% del Pil, impiega 162.000 addetti e vale 26 miliardi di euro di fatturato. Se il divario energetico con i concorrenti diventa strutturale, il rischio non è soltanto una riduzione dei margini: è lo spostamento fuori dall’Italia di investimenti, produzioni e pezzi di filiera che, una volta persi, difficilmente possono essere ricostruiti.
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