L’equazione è molto semplice: “chi è stato condannato dev’essere punito”, “il vitalizio è un privilegio”, “attribuire a un condannato un privilegio contraddice radicalmente il principio della responsabilità del condannato”. Ruota tutto intorno a questo apparente sillogismo lo scontro di questi giorni che ha mostrato la rumorosa protesta dei parlamentari Cinquestelle in aula e le cui immagini sono finite su tutti i giornali. Una protesta molto teatrale che ricorda il Teatro dell’assurdo così definito dal Vocabolario Treccani: «La produzione teatrale di varî autori del Novecento, che esprimono l’angoscia esistenziale e l’irrazionalità della condizione umana attraverso l’abbandono dei mezzi espressivi logici e razionali». Sì, perché di razionale e di sillogistico in questa vicenda c’è ben poco.

La protesta è nata a seguito di una decisione di un organo di giurisdizione interna del Senato (Commissione contenziosa) che ha annullato la delibera di un altro organo interno di quella Camera (l’ufficio di Presidenza) la quale, nel 2015, aveva stabilito che gli ex parlamentari colpiti da condanna definita non avessero più diritto ai vitalizi. Gli argomenti della protesta sono semplici: dietro la parvenza di un giudizio, in realtà, si è compiuto l’ennesimo colpo di spugna. Una scelta di privilegio, grazie al privilegio, si scusi il gioco di parole, di poter ricorrere a un giudice domestico, parziale, composto da pari, protetto dal principio di autonomia delle Camere. E qui sta la prima contraddizione.

L’autonomia delle Camere va bene quando, a differenza che per i cittadini comuni, un regolamento interno disciplina retroattivamente il regime dei trattamenti economici dei parlamentari (in quel caso punendo i condannati) ma non va più bene quando decide che quella deliberazione era illegittima. Ma ammettiamo pure – contro quanto ripetutamente affermato dalla Corte costituzionale – che la decisione della Commissione contenziosa sia una decisione “politica”, quale dovrebbe essere la conclusione? Che si ricorra ai giudici comuni e alla Corte costituzionale. Peccato però che proprio i giudici comuni, anzi il più autorevole di essi (la Cassazione), e la Corte costituzionale abbiano a più riprese statuito che i vitalizi non sono dei privilegi, ma l’equivalente di un trattamento pensionistico/assicurativo funzionale all’esercizio libero del mandato parlamentare. Previsto per consentire a tutti (e non solo a coloro che possono permetterselo in base al censo) di accedere a alla rappresentanza politica.

Si dice, però, che questo caso sia diverso. Perché, in realtà, qui non si mette in discussione il diritto del parlamentare a una prestazione assicurativo/previdenziale post-mandato, quanto il diritto a percepirla se si è stati stati condannati. Ancora una volta, quello che non può accadere per un cittadino comune (perdere qualsiasi forma previdenziale/assicurativa a seguito di una condanna definitiva) dovrebbe accadere per gli ex parlamentari: il contrappasso del privilegio che non è un privilegio. Ma, diranno i solerti censori dei pubblici costumi, tant’è; fa parte del pacchetto, onori e oneri di chi fa politica. E soprattutto, è la conseguenza della premessa del sillogismo di cui parlavo all’inizio: “chi è stato condannato dev’essere punito”. Come potrebbe non sottoscriversi una tale affermazione? Peccato che la punizione di cui si tratta non fosse prevista da nessuna legge e soprattutto non sia prevista legge (penale) che disciplina le sanzioni (penali) per chi ha commesso i reati per i quali è stato condannato. Era prevista invece da un atto non legislativo (anzi un regolamento secondario dell’Ufficio di presidenza) che stabiliva una sanzione non-penale aggiuntiva a quella indicata nella condanna.

La tecnica è la stessa della legge Severino, che almeno è un atto di carattere legislativo. Non basta la punizione penale, che già può prevedere conseguenze sull’esercizio delle funzioni pubbliche. Bisogna aggiungerne ulteriori sanzioni. La nuova frontiera del pan-penalismo al di là del diritto penale. Ma tant’è, oneri e onori, si diceva, quello che per i comuni cittadini viene previsto con le garanzie della legge, per gli ex parlamentari può essere previsto con un regolamento minore deciso da un organo che non è nemmeno l’intera Assemblea dei parlamentari. E poco importa che sia la giurisprudenza della Cedu che quella della Corte costituzionale, abbiano a più riprese statuito che, quando le sanzioni non penali hanno un carattere particolarmente afflittivo andrebbero trattate con le stesse garanzie previste per le sanzioni penali, a cominciare dal divieto di applicazione retroattiva.

Teatro dell’assurdo si diceva, in cui “l’angoscia esistenziale e l’irrazionalità della condizione umana conducono all’abbandono dei mezzi espressivi logici e razionali”. Beh, parafrasando la definizione, che i Cinquestelle vivano un momento di angoscia per la propria “condizione politica” non possono esservi dubbi. Il che fa comprendere il tentativo di riesumare i vecchi arnesi della retorica populistico-giacobina che in passato sono stati fonte di grande successo. Quanto poi all’abbandono della razionalità e della coerenza, mi sembra evidente che tutta questa vicenda, fatta di falsi sillogismi, abiura dei fondamenti della civiltà giuridica dello Stato di diritto, esiti paradossali della retorica sui privilegi, abbiano poco a che fare con la “logica” dello Stato costituzionale.

La politica fatta con gli umori della pancia, con la sbrigatività dell’accetta, può forse assicurare un provvisorio ed effimero successo, ma nel medio periodo mette a rischio le certezze di tutti. Perché il giacobinismo porta al Terrore ed è, in realtà, l’ammissione del fallimento della convinzione che, attraverso il metodo del diritto, si possa realizzare l’idea di giustizia che una società possiede in un determinato momento storico. Siamo sicuri che tutto ciò ci condurrà veramente ad abbattere i privilegi, piuttosto che consegnarci all’urlo della folla acclamante davanti alla ghigliottina?