“Stringiamoci a Coorte” (o forse a corte…) hanno gridato i Cinque stelle, sebbene in rotta. “Siam pronti alla morte”, hanno risposto quelli del Pd, sempre eroici. Gli uni e gli altri dichiarandosi “soldati di Travaglio”, tutti impegnati nella grande battaglia di moralizzazione del paese. Che consisterebbe in? Beh, nel perseguire un signore di circa 75 anni, ex parlamentare, ex fondatore di uno dei più importanti movimenti politico-religiosi del dopoguerra, ex governatore, con gran successo, per quindici anni, della regione Lombardia, accusato di aver preso tangenti e condannato senza che le tangenti fossero trovate, senza indizi di colpevolezza, senza prove regine e nemmeno prove semplici.

Lui si chiama Roberto Formigoni; il movimento che fondò, insieme a Padre Giussani, fu Comunione e Liberazione, e rappresentò il contraltare giovanile e cattolico al travolgente e moderno Sessantotto. I ragazzi (cioè i parlamentari) del combattivo esercito di Travaglio, vogliono che questo Formigoni sia ridotto in miseria. E per questa ragione hanno presentato e fatto approvare una mozione alla Camera per togliergli la pensione, che è la sua unica fonte di reddito. E ora che è stata approvata questa mozione si sentono tutti meglio. Più liberi, più giusti. Più maramaldi. Perché questa ossessione dei 5 Stelle, che trascina anche i dem e i giovani di Leu? Perché questa della rovina di Formigoni e del suo sacrificio può diventare la bandiera, la fiaccola, la bussola della nuova idea giallo-rossa, che è quella – antica, antica – di sostituire lo stato di diritto con lo stato etico. Funziona meglio.

Si parte da qui. Dalla gogna, e dall’umiliazione, e dalla punizione feroce di un capo politico importante, che va esposto al ludibrio pubblico, per affermare in questo modo la moralità e la trasparenza propria, cioè di chi si fa protagonista di questa esposizione. E si parte dalla necessità di superare i codici, cioè in questo caso il codice penale – che sono burocratici, impastoiati, e quindi di rendere la punizione crudele e spettacolare. Povertà, povertà, povertà. E annientamento dei diritti. Si parte da qui per arrivare dove? Al davighismo vero, quello che forse neanche Davigo osa propugnare: la costruzione di una società dove i buoni, gli onesti, gli uno-vale-uno, godano di ogni privilegio, e i reprobi di nessuno, e vengano cacciati dalla comunità civile, cacciati e gettati nella polvere. Chi sono i buoni? Quelli che esprimono il potere che si sono conquistati in virtù della propria virtù. In origine i 5 Stelle e solo i 5 Stelle (tranne i Cinque Stelle dissidenti). Ora anche quelli del Pd e di Leu. Gli altri fuori.

Così si decide di togliere la pensione a Formigoni, dopo aver tentato di togliergli il diritto di stare in detenzione domiciliare e non in cella. Su che base? Della pura e semplice sopraffazione, fondata però sul diritto etico al potere. E dunque buona: la buona sopraffazione. Le cose stanno così. Formigoni fu condannato a cinque anni e qualche mese di prigione. Avendo lui più di settanta anni, però, aveva il diritto ai domiciliari. I Cinque stelle e una parte della magistratura si opposero, e sostennero che non poteva godere di questo diritto perché questo diritto era stato cancellato da una legge fascista, approvata dai 5 Stelle e dalla Lega nel 2019, la quale equipara quelli accusati di aver preso tangenti a quelli accusati di strage. E che toglieva dunque a costoro i diritti ai benefici carcerari che invece spettano, ad esempio, agli stupratori e agli assassini non mafiosi.

La domanda sulla quale era costruita questa nuova legge (battezzata spazzacorrotti) era questa: è più grave uccidere un nemico o prendere una tangente da un amico? La risposta era scontata: la tangente è molto più grave. Questa legge però era stata approvata – senza clamorose opposizioni da parte dei partiti democratici, impauriti e rincattucciati – dopo i presunti reati di Formigoni. Magistrati e 5 Stelle chiesero la retroattività della legge, per applicarla a Formigoni, superando in questo anche i regimi fascisti. Però intervennero altri magistrati, laureati, i quali spiegarono che la retroattività è impossibile e così Formigoni ebbe i domiciliari.

Da quel momento, guidati da Travaglio, le truppe “fasciste” iniziarono la marcia contro la pensione. Che era stata già tolta a Formigoni, in spregio a leggi e Costituzione, ma che recentemente gli è stata restituita dalla apposita commissione “contenziosa” del Senato, che ha potere di decidere su queste cose. La commissione ha stabilito che siccome a nessuno può essere tolta la pensione, neppure agli assassini e ai mafiosi, non può essere nemmeno tolta ai politici. L’ex presidente del Senato, Pietro Grasso, che si è messo alla testa dei travaglini del Pd e di Leu, ha spiegato che quella non è una pensione ma un vitalizio. Ignaro di svariate sentenze della Corte Costituzionale e della decisione dello stesso Senato, del 2018, nella quale i vitalizi venivano equiparati alle pensioni e su questa base ricalcolati e ridimensionati.

Ma voi credete che il diritto conti qualcosa, quando infuria il travaglismo e detta la legge ai 5 Stelle e al Pd? Conta poco, conta niente. Travaglio da diverse settimane dedica tutti i giorni la prima pagina del suo giornale alla battaglia contro Formigoni. I 5 Stelle lo seguono, un po’ intontiti ma contenti. E ora anche il Pd, il quale ha deciso che Formigoni e le pensioni dei politici sono il vero nemico di classe. La sinistra vincerà – dicono al Nazareno – quando finalmente raderà al suolo le organizzazioni politiche e convincerà tutti che il male vero è quello: non lo sfruttamento, non la povertà, non il razzismo, non la dittatura della magistratura, no, no no. Il vero nemico di classe è la politica. E il simbolo della politica, della malvagia politica, è il malvagio Formigoni. Quousque tandem? Non so. Ma possibile che non ci sia qualcuno, nel Pd, che si ribella, che si ricorda del Pci, della Democrazia cristiana di Moro, magari anche del Psi – delle loro tradizioni, della loro capacità di pensiero – e dà l’assalto al Nazareno?

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.