Diciamoci la verità, la scelta di un tecnico per il ruolo di presidente del Consiglio è un classico italiano. È successo nel 1993 con Carlo Azeglio Ciampi e poi ancora nel 2011 con Mario Monti. All’epoca, però, la nomina di quelle personalità rispondeva all’imperativo di rassicurare i mercati finanziari in momenti storici in cui l’Italia era sull’orlo del crac. L’incarico conferito dal presidente Sergio Mattarella a Mario Draghi, cioè quello di formare «un governo di alto profilo» che sia in grado di far fronte alle «gravi emergenze» che affliggono il Paese, sembra avere un significato diverso.

Suona, cioè, come una tirata d’orecchi ai partiti, incapaci di trovare sintesi politiche e strutturare programmi amministrativi che esprimano qualcosa di diverso da «mezze misure o sintesi più o meno acrobatiche», come ha giustamente osservato il quotidiano francese Le Monde. Il discorso vale per l’Italia intera, certo, ma anche per quelle realtà locali alle quali un Draghi servirebbe come il pane. Il riferimento è al capoluogo campano, devastato da una crisi senza precedenti proprio come il resto della Penisola: sui conti in rosso e sul pressoché totale azzeramento dei servizi ai cittadini si è innestata la crisi sanitaria ed economica che nel 2020, come risulta da uno studio della Confesercenti regionale, ha bruciato 16 miliardi di fatturato delle imprese nella sola area metropolitana di Napoli. Per rimediare a questo disastro, in gran parte frutto di dieci anni di populismo inconcludente targato de Magistris, occorre un sindaco competente, esperto, strutturato, autorevole, capace di dialogare con i vari livelli istituzionali. Insomma, fatte le debite proporzioni, anche a Napoli serve un Mario Draghi.

A pochi mesi dalle comunali, però, le prospettive non sono incoraggianti. E se non lo sono è perché i partiti, a livello locale, incorrono negli stessi errori commessi a livello nazionale e ai quali Mattarella ha inteso porre rimedio affidando a Draghi l’incarico di formare un nuovo governo. L’esempio più eclatante è offerto da Movimento Cinque Stelle e Partito democratico che, a Napoli, sembrano intenzionati a riproporre l’alleanza tra populisti e progressisti che è deflagrata a Roma segnando la fine del governo Conte bis. Il tutto con l’obiettivo di sbarrare la strada verso il Comune ai sovranisti, cioè alla Lega, che in Campania rappresenta non più del 5% dell’elettorato. Non offrono prospettive migliori i partiti del centrodestra, pronti a ripiegare su un candidato della società civile per mascherare la propria inconsistenza e il frutto di anni di mancata opposizione a de Magistris. In altre parole, tanto a sinistra quanto a destra, le forze politiche locali si ostinano a ripercorrere strade già battute e a riproporre formule politiche rivelatesi fallimentari in più di una circostanza.

E così, quando alle comunali manca una manciata di mesi, tutti i partiti sembrano ancora lontani dall’individuare i candidati e dal mettere nero su bianco i programmi attraverso i quali risollevare le sorti di Napoli. Chi è il (potenziale) Mario Draghi del Pd e del M5S partenopei? Chi è quello del centrodestra campano? Da chi sarà composto il “governo dei migliori” che il presidente Mattarella ha di fatto sollecitato per Palazzo Chigi? E, soprattutto, dove e quali sono le strategie che i vari partiti intendono mettere in atto per risanare i conti, migliorare i servizi e rigenerare il tessuto socio-economico della città? Al momento non c’è nulla di tutto questo. Eppure Napoli, proprio come il resto dell’Italia, non può più aspettare.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.