Le quote rosa in politica sono pochissime, i partiti si tingono di blu e vedere donne al comando rappresenta ancora un’eccezione alla regola. All’interno del Consiglio comunale di Napoli c’è solo il 24% di presenze femminili e non va meglio se puntiamo la lente di ingrandimento sull’assemblea regionale: solo il 17% di donne ne fa parte. La tendenza a escludere il gentil sesso dalla politica si evince anche su scala nazionale dove solo otto Ministeri sui 23 totali del governo Draghi sono affidati a donne. Alla luce di questi dati la polemica scoppiata nei ranghi del Partito democratico appare quanto mai attuale.

La guerra è scoppiata subito dopo la nomina dei ministri: le tre caselle destinate al Pd sono state assegnate ai rappresentanti (uomini) delle principali correnti, cioè al vicesegretario Andrea Orlando, al leader della corrente ex renziana di Base riformista Lorenzo Guerini e a Dario Franceschini, numero uno dei moderati di Areadem. Lo “schiaffo” alla rappresentanza femminile nella scelta della squadra non è passato inosservato, la presa di posizione ufficiale è comparsa sul sito della Conferenza nazionale delle donne democratiche a firma della portavoce Cecilia D’Elia che ha definito l’accaduto una «battuta d’arresto» e sottolineato che «c’è un’enorme battaglia da fare sulla forma partito, sulla selezione dei suoi gruppi dirigenti e sul nostro modo di stare insieme».

Se finora la divisione tra lavori adatti alle donne e attività più consone agli uomini appariva aleatoria, forse perché nascosta dagli slogan sulla parità di genere e da altre frasi a affetto, adesso sembra affermarsi il principio per il quale la politica non è roba per il gentil sesso. Anzi, donne e politica sembrano ancora due mondi lontani che dialogano a fatica. E, ancora una volta, a dirlo sono i dati. La Campania non ha mai avuto un presidente donna e Napoli ha avuto un solo “sindaco rosa” (di nome e di fatto); il Nord, invece, sembra più aperto alla partecipazione femminile. La mappa realizzata dall’Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci) mostra il numero di sindache elette nei Comuni italiani negli ultimi 30 anni. Complessivamente, sono 2.721 i Comuni amministrati almeno una volta da un sindaco donna.

Le Regioni “più rosa” a livello amministrativo sono Lombardia (dove 1.101 volte è stata eletta una sindaca), Piemonte (838), Veneto (419), Emilia Romagna (319), Sardegna (269) Toscana (195). Nella classifica dei Comuni con il maggior numero di mandati affidati a una sindaca, è Coriano, centro dell’Emilia Romagna, occupa il primo posto con sette mandati. La parità di genere sembra non appartenere alla politica: in Italia, solo un presidente di Regione è donna e solo il 13% dei Comuni ha una sindaca; su 125mila cariche tra Regioni e Comuni, circa 84mila sono occupate da uomini e solo 41mila da donne.

Ma la politica come appannaggio esclusivo degli uomini non è un problema solo italiano: secondo un report del Sole 24 Ore, su 193 Paesi solo dieci hanno una donna come capo di governo. Secondo i dati più recenti dell’Unione parlamentare internazionale, invece, la prevalenza femminile è solo raddoppiata in termini percentuali rispetto a 20 anni fa e solo il 24% dei parlamentari di tutto il mondo è composto da donne. Uno su quattro, in pratica. Non c’è dubbio, quindi, che le “donne al potere” siano ancora poche, nonostante abbiano le stesse capacità degli uomini e siano naturalmente portate a risolvere anche le questioni apparentemente più complicate.

«Alle donne vengono affidati ruoli di leadership soltanto quando le cose si mettono davvero male», scriveva anni fa l’economista nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala, nominata pochi giorni fa direttore generale dell’Organizzazione mondiale per il commercio. A partire dal primo marzo sarà lei, prima donna e prima africana, a prendere le redini del Wto, tra l’altro in uno dei periodi più complicati della storia dell’economia. Forse, una speranza c’è. Anche per le donne.