Sindacati
Anche la Uil applaude Giorgia Meloni. Cgil isolata nella lotta permanente al governo
Negli ultimi congressi sindacali degli ultimi tre anni si sono aperti nuovi scenari che meritano di essere letti senza pregiudizi. Giorgia Meloni è intervenuta giorni fa alla Uil, come prima ai congressi Cisl e Cgil. Se gli applausi ricevuti dalla Cisl avevano alimentato le consuete accuse di collateralismo con il governo dalle consuete malelingue, quelli assai forti tributati dalla Uil hanno dissolto quella narrazione capziosa. Fragorosi, ripetuti, convinti: non il consenso a un partito, ma il riconoscimento di un metodo e di risultati di questi ultimi anni che una parte consistente del sindacalismo confederale ha ritenuto concreti.
Quegli applausi affondano le radici in una lunga stagione durante la quale i governi hanno preferito colmare i buchi della finanza pubblica aumentando il peso dell’Irpef invece di ridurre la spesa improduttiva. A pagare sono stati soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati, mentre evasione ed elusione si lasciavano fare. Al governo Meloni bisogna riconoscere di aver seguito una direzione diversa. Ha ridotto il cuneo fiscale, ha alleggerito la tassazione sul salario di produttività e sul lavoro straordinario, ha subordinato gli aiuti pubblici e gli appalti al rispetto delle norme sulla sicurezza; con il provvedimento sul salario giusto ha scelto di rafforzare la contrattazione collettiva invece di introdurre un salario minimo legale destinato a indebolirla. Le imprese che violano i contratti o ricorrono ai contratti pirata vengono escluse dai benefici pubblici. Queste scelte, maturate con confronti con le organizzazioni sindacali, hanno convinto la Uil ad abbandonare la stagione della protesta permanente condivisa con la Cgil. Così si è tornati alla funzione naturale del sindacato: contrattare, ottenere risultati, misurare i governi sui fatti anziché sulle appartenenze politiche.
L’opposizione troppo spesso si rifugia in schemi ideologici del ‘900. Insegue sovente il populismo incapace di offrire risposte ai cambiamenti dell’economia mondiale. Quando il sindacato viene trascinato in tale contesa, perde autonomia, indebolisce la propria forza negoziale, finisce per peggiorare la qualità della stessa politica. È ora invece di una sfida ben più grande di vertenze fuorvianti. I salari di domani dipenderanno dalla capacità dell’Europa di conquistare autonomia energetica, controllo delle materie prime strategiche, produzione di semiconduttori avanzati, investimenti nella ricerca, nella formazione permanente e nella sicurezza comune. È qui che si giocheranno occupazione, competitività e benessere.
La nuova stagione del sindacalismo non può limitarsi a difendere ciò che esiste. Deve contribuire a costruire le condizioni perché l’Italia e l’Europa restino libere. Così potremo difenderci dai nuovi imperialismi economici e geopolitici. La vera lotta sociale del nostro tempo coincide con la conquista dell’indipendenza strategica europea. È su questo terreno che si misurerà il futuro del lavoro. Se si ama il lavoro, questa è la strada delle parti sociali.
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