C’è una frase, pronunciata da Maurizio Landini al congresso della Uil, che merita di essere letta con attenzione. «Serve stare uniti per cambiare la situazione», ha detto il leader della Cgil, aggiungendo che occorre costruire fiducia e affrontare insieme la trattativa con le imprese. Parole condivisibili. Talmente condivisibili da far sorgere una domanda inevitabile: perché arrivano solo adesso?

È singolare che, dopo quattro anni nei quali la Cgil ha scelto di privilegiare la stagione degli scioperi generali, delle contrapposizioni con il Governo e delle continue divisioni con il resto del sindacato confederale, sia proprio Landini a invocare oggi l’unità sindacale come condizione indispensabile per ottenere risultati.

Per anni la Cisl è stata accusata di essere troppo dialogante, troppo pragmatica, troppo disponibile al confronto con governi e imprese. Per anni Daniela Fumarola, prima insieme a Luigi Sbarra e oggi alla guida della Confederazione, ha sostenuto che il compito di un sindacato non è testimoniare il dissenso, ma negoziare, contrattare, ottenere risultati concreti per lavoratori e pensionati.

Quella linea è stata spesso liquidata dalla Cgil come una scelta di subalternità. Oggi, invece, lo stesso Landini sposa del tutto le posizioni della Cisl sulla partecipazione, afferma che bisogna «gestire la trattativa con le aziende » e che senza unità non si ricostruisce la fiducia del mondo del lavoro.

È difficile non vedere in queste parole una tardiva presa d’atto della bontà dell’impostazione seguita dalla Cisl in questi anni. Se la priorità diventa il negoziato, se il confronto con le imprese torna ad essere lo strumento principale dell’azione sindacale, allora significa riconoscere che la strategia della mobilitazione permanente non ha prodotto i risultati sperati.

Anche il congresso della Uil sembra confermare questo cambio di clima. Toni meno barricaderi, maggiore attenzione alla contrattazione, disponibilità a costruire piattaforme comuni. Segnali che, fino a pochi mesi fa, sarebbero stati difficili da immaginare.

Naturalmente nessuno può cancellare le differenze tra le tre Confederazioni. La Cisl continuerà a rivendicare un modello sindacale fondato sull’autonomia dalla politica, sulla partecipazione dei lavoratori, sulla contrattazione e sulla responsabilità. Lo ha detto bene ieri Fumarola dal palco del Congresso Uil : «Noi non rinunciamo al conflitto, anche aspro, quando serve.
Ma bisogna dare sostanza e struttura a riforme durature perché radicate nella progettualità sociale.
Lo abbiamo fatto nella piattaforma unitaria, che ora deve procedere con determinazione nell’interlocuzione con il sistema delle imprese.
Possiamo continuare a farlo con metodo, con idee, con coraggio, costruendo insieme una road map per la ripartenza. Sfidando il Governo e i nostri interlocutori sociali su obiettivi concreti». Ogni sindacato deve mantenere la propria identità e le proprie scelte. Ma il conflitto deve portare risultati. Questo e’ il dato politico che esce oggi dal Congresso Uil.
Quando anche chi ha investito per anni sulla conflittualità riconosce che «serve stare uniti» e che la partita decisiva si gioca al tavolo delle trattative, significa che qualcosa è cambiato.

Più che una svolta culturale, è una conversione dettata dalla realtà. E, forse, il riconoscimento implicito che la strada indicata dalla Cisl di Daniela Fumarola era quella giusta fin dall’inizio: meno piazze come fine a se stesse, più contrattazione; meno testimonianza, più risultati.