Per gentile concessione dell’autore e del Quirinale, pubblichiamo qui di seguito il discorso che Eraldo Affinati ha pronunciato ieri alla presenza del presidente Mattarella in occasione del Giorno della Memoria

Signor Presidente della Repubblica, autorità politiche, il Giorno della Memoria in ricordo della Shoah è stato istituito in Italia nel 2001, grazie a una legge dell’anno precedente, quindi prima della risoluzione presa dall’Assemblea delle Nazioni Unite, che è del 2005, e questo ho sempre pensato facesse onore al nostro Paese che, come tutti sappiamo, non può chiamarsi fuori rispetto allo “sterminio industriale e amministrativo” (è un’espressione del filosofo Theodor Adorno) di milioni di persone avvenuto alla metà del Novecento nel cuore dell’Europa civilizzata, visto il nostro diretto coinvolgimento nella sciagurata alleanza con il regime nazista che determinò l’emanazione delle leggi razziali nel 1938, quando, per fare un solo esempio, tanti bambini furono costretti ad abbandonare le loro aule da un giorno all’altro solo perché erano ebrei.

Ricorderò sempre l’emozione che Piero Terracina, uno degli ultimi testimoni, di cui sono stato amico, scomparso poco più di un anno fa, suscitò nei miei studenti alla Città dei Ragazzi di Roma, quando lo accompagnai di fronte a loro a raccontare la sua storia, dal momento della forzata interruzione scolastica, alla vera e propria deportazione, fino alla terribile esperienza del lager. In questi venti anni dalla prima edizione del Giorno della Memoria dobbiamo ammettere che la consapevolezza dei giovani al riguardo è indubbiamente cresciuta, anche grazie all’opera di tanti insegnanti impegnati a far conoscere ai loro studenti le atrocità degli eventi accaduti. Eppure il ritorno della lebbra antisemita e negazionista è sotto ai nostri occhi con la dolorosa recrudescenza del razzismo neofascista e neonazista spesso amplificato dalla dimensione digitale dove l’offesa e l’insulto, anche per un deficit legislativo che dovremmo superare, sembrano affrancati dall’obbligo del risarcimento.

È vero: ogni generazione ricomincia da capo e noi adulti, qui parlo come educatore, non dovremmo mai dare niente per scontato. Soprattutto adesso che i protagonisti diretti sono sempre di meno e noi, venuti dopo, siamo chiamati a raccoglierne il testimone. Ma loro avevano la legittimità per parlare. Noi dovremo conquistarcela. Come possiamo fare? Ci sono due modi: studiare le fonti e guidare i nostri ragazzi alla perlustrazione dei luoghi dove avvennero i massacri: Auschwitz, Birkenau, Mathausen, Bergen Belsen, Sobibor, Treblinka, questi sono “terreni sacri”, come li definì Günther Anders , avvicinabili solo attraverso categorie demoniache, certo, ma anche Fossoli, la risiera di San Sabba, il campo di transito di Bolzano, il carcere di Via Tasso, le Fosse Ardeatine. Soprattutto dovremmo capire che la Shoah si può ripresentare in forme nuove, diverse dal passato, ma non meno efferate.

Per la prima volta, nella storia dell’umanità, si è ucciso a catena, come si costruiscono le automobili, è un’immagine evocata da Zygmunt Bauman in un libro intitolato Modernità ed Olocausto. Milioni di persone, ebrei, oppositori politici, cosiddetti asociali, omosessuali, senza dimenticare il popolo rom, vennero gassate e bruciate nei forni crematori all’interno dei campi di concentramento sparsi in tutta Europa. Ma lo sterminio era cominciato già molto prima in Germania con l’eliminazione dei malati mentali mediante iniezioni letali: la famosa operazione T4. La ferocia nazista si mostrò poi con le «eliminazioni caotiche», come le chiama Léon Poliakov, oppure le «operazioni mobili di massacro», secondo l’espressione di Raul Hilberg. I reggimenti speciali si spostavano in piccoli drappelli sulla linea del fronte russo, entrando nelle città conquistate dai nazisti insieme alle avanguardie della Wehrmacht. Mitragliarono a sangue freddo migliaia di ebrei davanti a enormi buche. Del resto, i rastrellamenti dei ghetti polacchi implicavano la fucilazione sul posto di vecchi, donne e bambini.

Naturalmente sapevamo che gli individui della nostra specie possono commettere i delitti più atroci, ma la Shoah ha rivelato la parte terrificante dell’essere umano. Le selezioni avvenivano sin dal primo arrivo dei deportati sulle banchine ferroviarie e potevano causare la loro morte immediata: il medico nazista si metteva al centro e con un cenno della mano divideva la fila, fra donne e uomini, bambini e adulti, sani e malati. Da una parte si andava al campo, dall’altra al gas. Nel lager tutto era orribilmente organizzato. C’erano le SS, demoni inaccessibili e solenni agli occhi dei reclusi, c’erano i capiblocco, prigionieri eletti a dittatori assoluti, c’erano i Sonderkommando, ai quali veniva affidata la gestione dei crematori. Il capobaracca, famigerato Kapò, aveva un potere illimitato sui prigionieri. Controllava i pasti, verificava l’appello, eseguiva le punizioni corporali.

I grandi scrittori dell’universo concentrazionario sono diventati punti di riferimento assoluto, non soltanto per chi, come me, è nipote di un partigiano fucilato dai nazisti e figlio di una donna riuscita a fuggire dal convoglio maledetto, anche per ogni essere umano: da Primo Levi a Robert Antelme, da Jean Améry a Tadeusz Borowski, da Margaret Buber-Neumann a Etty Hillesum, da David Rousset a Jorge Semprun, da Eli Wiesel a Ruth Kluger. Grazie a loro abbiamo decifrato i numeri tatuati sulla pelle, le schedature, la fame, le mutilazioni permanenti, la tortura sistematica, gli appelli, le impiccagioni.

Sono stati questi straordinari salvati, per usare l’immagine coniata da Primo Levi nel suo libro testamento, a farci comprendere il gorgo dove sprofondarono i sommersi. Senza di loro non avremmo memoria dei pezzi di pane nero, le brodaglie, i calci, le bastonate, le fustigazioni, gli assiderati, i lavori forzati, i cani addestrati ad azzannare i prigionieri, i famigerati esperimenti genetici sui gemelli del dottor Mengele… «Il cupo mistero di quanto accadde in Europa non è per me separabile dalla mia stessa identità», scrisse George Steiner. Oggi, 76 anni dopo, noi siamo come i giovani soldati russi a cavallo che, alla fine del gennaio 1945, per primi avanzarono fra i reticolati. Continuiamo a procedere guardinghi, oppressi da quello che Primo Levi in La tregua definì «un confuso ritegno».

I carnefici non erano soltanto sadici, altrimenti sarebbe più facile liquidarli oggi. Si trattava, come ci ha spiegato Christopher Browning, di persone ordinarie che aprirono e chiusero una parentesi nella loro vita. Questo ci obbliga a riconsiderare le nostre esistenze. Ricordiamo sempre l’espressione, “banalità del male”, divenuta proverbiale, usata da Hannah Arendt per definire l’azione dell’oscuro burocrate Adolf Eichmann. Dietrich Bonhoeffer, teologo antinazista fatto impiccare da Adolf Hitler nel lager di Flossenburg poco prima della fine della Seconda guerra mondiale, aveva sperato che le generazioni future potessero imparare dalla tragedia del totalitarismo. Così purtroppo non è avvenuto.

Alcune sue parole preziose dovrebbero essere al centro di ogni patto educativo: «Per noi il pensiero era molte volte il lusso dello spettatore», disse, «per voi sarà completamente al servizio del fare». Si tratta, ancora oggi, di un compito ineludibile. Dovremmo intervenire appena vediamo l’oltraggio dei principi democratici in cui crediamo. Non basta eseguire il mansionario. Bisogna assumere la responsabilità dei contesti in cui operiamo. Adesso, qui ed ora. Nella vita privata e pubblica. Non chissà quando e dove. In tale prospettiva Auschwitz non è solo alle nostre spalle. È anche, sempre più, davanti a noi.