«Per me Gaetano Manfredi è come San Gennaro: con la sua candidatura a sindaco di Napoli, il centrosinistra è pacificato. Mi auguro che Antonio Bassolino ne tenga conto e rientri nella coalizione, altrimenti rischia di avvantaggiare la destra»: ne è convinto Berardo Impegno, ex parlamentare del Pci e ideologo partenopeo del Pd che gli ha affidato la stesura del programma in vista delle comunali. Impegno esulta per la scelta di Manfredi che, dopo aver ricevuto rassicurazioni sulla solidità dell’alleanza tra dem e M5S e sul sostegno del Governo ai Comuni in crisi finanziaria, è pronto a correre per il vertice di Palazzo San Giacomo.

Onorevole, il centrosinistra sembra unito sul nome di Manfredi…
«Perciò lo paragono a San Gennaro. Paradossalmente ha fatto quello che un politico di lungo corso come Bassolino non ha fatto, cioè aspettare e fare in modo che i partiti gli chiedessero di candidarsi. E in politica, si sa, i tempi e il metodo sono determinanti».
Ecco, Bassolino: perché il Pd non ha valutato la possibilità di scegliere lui come candidato sindaco?
«Non c’erano le condizioni. Oggi chi ha meno di 30 anni non sa nemmeno chi sia Bassolino, sebbene si tratti di un politico di spessore. Soprattutto, però, deluchiani e M5S non avrebbero accettato la sua candidatura che avrebbe pure scatenato un conflitto interno al Pd. E poi Bassolino ha sbagliato il metodo: prima si è candidato, poi ha chiesto sostegno».
Quindi siete destinati ad andare divisi alle urne?
«Ora che il centrosinistra è unito in tutte le sue componenti ed è riuscito a trovare la sintesi su un nome di altissimo profilo come quello di Manfredi, lancio un appello a Bassolino: indichi le condizioni per ritrovarsi, insieme col Pd e le altre forze progressiste, nella coalizione di centrosinistra. Stare insieme è ancora possibile, non c’è alcuna ragione di andare alle urne divisi».
Forse la ragione sta nella damnatio memoriae alla quale il Pd ha condannato Bassolino all’indomani delle inchieste sui rifiuti?
«Quelle vicende non possono rappresentare un alibi. Tutti noi, all’epoca dei fatti, abbiamo manifestato solidarietà e fiducia a Bassolino. Ma tra questi sentimenti e il ritorno di Antonio con lo stesso ruolo che aveva un tempo, ce ne corre. Il tempo passa per tutti: per me, per lui e per gli altri».
C’è il rischio di avvantaggiare il centrodestra andando divisi alle urne?
«Posto che ritengo Manfredi avvantaggiato nello scontro con Maresca, è il caso che Bassolino si chieda se una candidatura unilaterale e perdente come la sua non rischi di rafforzare gli avversari».
Bassolino è stato finora l’unico a stimolare il dibattito sul futuro di Napoli. Che ha fatto il Pd?
«Il partito ha dato un contributo determinante sul deficit. Non a caso, per la prima volta, il delegato economico nazionale è stato incaricato di analizzare la questione e di prospettare le possibili soluzioni. Manfredi ha impresso certamente una scossa a un dibattito al quale ho contribuito personalmente, evidenziando come il deficit sia un problema per tutti i partiti e non solo per il Pd».
Sul Recovery Plan il vostro contributo è stato modesto…
«Lo affronteremo in maniera più sistematica adesso, consapevoli delle enormi risorse messe a disposizione dall’Unione europea e delle partite decisive che il Sud è chiamato a vincere. Prima, però, bisogna sciogliere il nodo del deficit e quello della capacità di spesa. Oggi il Comune non è in grado di spendere perché è una macchina sfasciata. Aveva 200 milioni di euro per il rilancio del centro storico, ma alla fine ne ha sborsato solo il 15%. Perciò bisogna riorganizzare il Comune strutturando un valido ufficio tecnico, introducendo una banca dei progetti e stimolando la sinergia tra pubblico e privato. Così si recupera la capacità di spesa: con un’operazione politico-amministrativa complessa che Manfredi saprà interpretare».
Qual è il modello?
«Bruno Milanesi, il miglior sindaco di Napoli: quello che, in un solo anno, avviò l’iter per la realizzazione di metropolitana, tangenziale e Centro direzionale».
Siglando il patto con il M5S, non c’è il rischio che il Pd perda l’anima riformista e garantista?
«Mi auguro che sia il M5S a diventare riformista e garantista».
A Roma non è stato così e nemmeno alla Regione. Perché dovrebbe succedere al Comune di Napoli?
«In città il M5S ha i suoi due massimi dirigenti, Roberto Fico e Luigi Di Maio, che hanno dato segnali di grande apertura in quel senso. Per il resto, la meccanica riproposizione delle formule non mi ha mai entusiasmato: a Napoli, Pd e M5S hanno costruito rapporti migliori reciprocamente; alla Regione, invece, non è stato finora possibile».

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.