«Napoli è una città piena di risorse incredibili. Bisogna ricostruirla su ricerca, innovazione, cultura, internazionalizzazione e apertura ai trend globali. Napoli ha bisogno di un modello di progettazione e di governance condiviso. In questo senso il Recovery Plan è una straordinaria opportunità: utilizziamolo per ripartire Napoli Ovest, con Bagnoli e l’ex Ilva, e Napoli Est. Facciamone aree di sviluppo ad alta concentrazione di innovazione. I candidati a sindaco? Servono idee e competenze. Mi schiero dalla parte di Manfredi che ha chiesto garanzie prima di scendere in campo per Napoli: il suo appello è stato una vera scossa per questa città». Giorgio Ventre, direttore scientifico della Apple Devoloper Academy creata dall’università Federico II in collaborazione con Apple, spiega al Riformista le sue idee per il futuro di Napoli, immaginando una città tecnologica, aperta ai giovani, in grado di fare della cultura uno dei propri capisaldi.

Professore, lei è notoriamente tifoso del Napoli. La squadra ha mancato la qualificazione in Champions. La situazione della squadra rispecchia quella della città, non trova?
«Non credo che sia possibile un paragone di questo genere. Il Napoli, in dieci anni, è stato protagonista di una storia entusiasmante, capace di riaccendere una tifoseria che aspettava di poter sognare ancora. Non ha raggiunto l’obiettivo soltanto per questioni esterne al campo di calcio, ma ha dimostrato come, con caparbietà, si possa costruire qualcosa di bello in una città che in termini di servizi e strutture offre poco. Diciamo che il Napoli è l’ennesima dimostrazione che si può costruire un sogno nonostante le difficoltà».

Lei ha recentemente auspicato un nuovo modello per Napoli: di cosa si tratta?
«Napoli è una città piena di risorse incredibili, a partire dal talento dei nostri ragazzi. Poi ci sono la fantasia dei suoi artigiani, la caparbietà dei suoi imprenditori. Dobbiamo partire da queste forze vive costruendo una città basata sulla ricerca, sull’innovazione, sulla cultura, sulla internazionalizzazione e sull’apertura ai trend globali come merita l’unica città italiana davvero globale. Napoli ha bisogno di un modello di progettazione e di governance condiviso che metta in un angolo chi difende solo i propri interessi e che, al contrario, lavori per creare opportunità per i nostri giovani».

Su cosa dovrà puntare il prossimo sindaco?
«Napoli è una delle città più giovani d’Italia e deve rimanerlo. Occorre offrire opportunità di lavoro innovativo in uno dei contesti storici, culturali e ambientali più belli al mondo. Oggi le città che nel mondo sono capaci di attrarre investimenti e talenti sono poche: Napoli può essere una di queste».

Quali progetti sono da realizzare, a Napoli, con i miliardi del Recovery Fund?
«Ci sono tanti progetti proposti e io punterei sulla “ripartenza” dai due poli dimenticati: Napoli Ovest, con Bagnoli e l’ex Ilva, e Napoli Est. Facciamone aree di sviluppo ad alta concentrazione di innovazione. Mettiamole al centro di piani di recupero urbanistico con residenze, aree verdi, attività turistiche e ricreative».

L’esperienza vincente di San Giovanni a Teduccio, polo universitario nato nell’area industriale dell’ex Cirio e oggi simbolo della rigenerazione urbana della periferia orientale di Napoli, può essere replicata?
«Il modello di San Giovanni si basa su una governance condivisa tra università, imprese e territorio, la Regione in particolare. Con questi presupposti il nostro Paese può abbandonare le visioni particolaristiche e creare finalmente opportunità di crescita».

Napoli si prepara a scegliere il nuovo sindaco. Che idea ha dei  vari candidati annunciati come Sergio D’Angelo, Antonio Bassolino, Catello Maresca e Alessandra Clemente, oltre che del candidato “potenziale” Gaetano Manfredi?
«Ho il massimo rispetto per chiunque si metta in gioco con l’obiettivo di cambiare una città come Napoli. Tuttavia è innegabile che ci siano idee e competenze molto diverse tra questi candidati. Io credo che la figura ideale sia quella di una persona capace di visione e di empatia con i nuovi ceti produttivi, con i giovani, ma nello stesso tempo che abbia mostrato concretezza».

Cosa pensa della scelta dell’ex ministro dell’Università Gaetano Manfredi di scendere in campo solo a patto che ci siano garanzie che mettano in salvo Napoli dalla disastrosa situazione debitoria in cui si trova?
«Ammetto che l’aver lavorato con Gaetano Manfredi per tanti anni, apprezzandone le doti di manager e di uomo di scienza, mi rende forse poco obiettivo. Ma il suo appello è stato una vera scossa per questa città, dove alcuni  stavano già cominciando a contare i voti dimenticando la situazione drammatica in cui versa il Comune. Forse non solo per scarsa memoria».

Invece che cosa pensa della legge Salva-Comuni che il Governo dovrebbe approvare per mettere al riparo dal crac circa 1.400 amministrazioni?
«Napoli soffre dei problemi che affliggono quasi tutte le metropoli italiane, ma con una drammaticità legata agli errori di gestione recente. La legge Salva-Comuni è un punto di partenza. Occorre, da un lato, ridisegnare il rapporto tra Comuni, Governo e Regioni; dall’altro, i sindaci devono imparare a creare opportunità di crescita e di sviluppo economico attraverso le quali alimentare servizi di qualità ai cittadini».

Come immagina la città tra dieci anni?
«Una città sempre più giovane e internazionale, capace di coniugare cultura e di innovazione, aperta alle migliori energie del Paese e del mondo».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.